Siamo riusciti a risvegliare l’entusiasmo in una delle piazze più importanti del basket italiano

Spiro Leka, nato in Albania dove ha giocato a basket fino a 29 anni, vincendo 7 campionati albanesi, prima di venire in Italia e restarci fino ad oggi. Pesaro è la sua casa, prima giovanili, poi vice allenatore e infine due esperienze da capo allenatore. Una salvezza miracolosa conquistata nel 2018 e poi il ritorno un anno e mezzo fa. La sua Pesaro sta lottando per la promozione diretta in queste ultime giornate di Serie A2, per tornare in A1 dopo due anni di assenza, “la differenza l’hanno fatta la qualità e la costanza del gioco“.

Due partite alla fine e tutto può ancora succedere, Pesaro, Scafati e Fortitudo Bologna sono tutte e tre a pari punti. “Sappiamo che la difficoltà sarà tanta anche domenica, ma non ci siamo mai lamentati“.

Tanti i temi affrontati, dalla stagione incredibile di Pesaro alle difficoltà avute durante la stagione, con la costruzione della squadra fatta di giovani e giocatori d’esperienza.

Come è nata questa squadra, c’erano delle idee già prima e come siete intervenuti sul mercato?
“La programmazione di questa annata è iniziata mentre stava finendo l’anno scorso, quando abbiamo avuto dei problemi. A marzo, insieme a Nicola Egidio, avevamo già individuato in Bertini uno dei prospetti da prendere. Matteo Maggi, nostro GM lo scorso anno, è stato bravo nella comunicazione e convincimento di Tambone. Avevamo poi il problema dei contratti da togliere, perchè non avevamo più budget, ed eravamo costretti a liberare chi avesse possibilità di mercato. Ci siamo mossi bene, abbiamo preso qualche rischio, perchè firmare Niccolò Virginio è stata una bella presa, perchè era uno che nessuno gli aveva dato possibilità di giocare tanto in questa categoria, e quindi siamo stati lungimiranti e bravi a strutturare un progetto su di lui. Uno dei nostri obiettivi era quello di far crescere questi ragazzi. Trucchetti lo avevamo già individuato prima che partisse con la Nazionale, poi ci ha aiutato l’AD Della Salda a chiudere. Confermando Maretto, che aveva già rinnovato a marzo, avevamo un nucleo già pronto. Sul discorso stranieri, c’era stata la proposta di Nicola Egidio di prendere Miniotas. E’ un peso specifico diverso, importante all’interno della squadra, però siamo stati bravi a prenderlo. Bucarelli era già sotto contratto.”

Che idea c’era alla base della squadra e che stagione pensavate di vivere?
“L’idea era di dare agli italiani un peso specifico importante, già nelle prime tre settimane di lavoro c’era un bel nucleo, tutti ragazzi motivati. Sono stato subito chiaro su che posizione dovevano avere all’interno della squadra, e che i loro obiettivi individuali dovevano andare nella direzione degli obiettivi della squadra. Dare responsabilità ma pretendere.
Siamo partiti con l’obiettivo di vincere 15 partite e salvarci, poi è arrivato Felder a settembre, ci sono state varie problematiche, però il nucleo si era già formato e questo è stata la nostra forza. Abbiamo subito capito che non saremmo stati sempre al completo, ed è stato poi il leitmotiv (concetto ricorrente) della stagione, abbiamo fatto poche partite al completo, è sempre mancato qualcuno.
E’ stata la chimica umana e tecnica a fare la differenza, e siamo stati bravi a cucire un vestito su misura a questi ragazzi, mettendo insieme esperienza e gioventù con un modo di giocare dove tutti si sentono importanti e hanno le loro possibilità.”

Quando ha capito che c’erano i presupposti per fare una stagione veramente importante riuscendo a restare tra le prime posizioni tutto l’anno?
“Tutti a novembre pensavano che tanto Pesaro non può durare, sentivamo continuamente questi discorsi. E’ stata la qualità e la costanza negli allenamenti a fare la differenza. Abbiamo un modo di giocare dove non diamo punti di riferimento, in attacco sono i concetti che prevalgono sullo schema, e lì noi mettiamo parecchio in difficoltà gli avversari. Chi ci osserva va a preparare le prime due soluzioni, ma non sanno che possiamo arrivare alla quarta e alla quinta. Questa è una cosa che, insieme al mio staff dove ho tanta qualità sia in Baioni che Petrucci, siamo all’avanguardia di come si gioca tra i top team in Europa, perchè è questo che ci piace. Avendo anche metà della squadra giovane, è stato più facile proporre una cosa del genere.”

Cosa ne pensava lei riguardo a chi diceva che Pesaro, prima o poi, avrebbe rallentato?
“Io pensavo che più ci dicono così, e più ci caricano. Abbiamo avuto pochi down, da gennaio ad adesso abbiamo perso 3-4 partite, eppure si diceva che il girone di ritorno Pesaro non avrebbe potuto ripetere quanto fatto all’andata. La differenza l’hanno fatta la qualità del lavoro e del gruppo, stringendo i denti. Siamo gli unici che non hanno avuto momenti lunghi di down, in un campionato terribile. Siamo quelli che hanno vinto più di tutti, e che hanno l’età media di 24 anni. Queste sono le soddisfazioni, anche se la più grande è di aver creato una nuova generazione di tifosi giovani, tipo 16-23 anni, mentre prima stavano in giro per Pesaro, ora invece sono tornati al palasport. Questa è la vittoria più grande! Tutto ciò è avvenuto solo perchè i miei ragazzi trasmettono emozioni per come giocano. Può capitare una giornata no come a Rieti, dove gli avversari ti bombardano e non si hanno le energie perchè hai dato tutto a Torino tre giorni fa. Sono tante le cose buone fatte, ma non è ancora il momento di fare il resoconto perchè siamo belli caldi e vogliamo giocarci tutto. Sappiamo che le difficoltà saranno enormi già domenica, perchè la coperta è corta, ma non ci siamo mai lamentati, e non lo faremo nemmeno questa volta. Domenica è una di quelle partite senza domani, quindi abbiamo bisogno del supporto del palasport, sarà fondamentale il sesto uomo.”

Che messaggio vorrebbe lanciare all’ambiente, oltre che alla squadra, per queste ultime due partite di fuoco?
“La squadra vive con me 24 ore al giorno, siamo in missione da agosto, e i senatori hanno già trasmesso ai giovani qual è la strada giusta e come ci si arriva, ovvero con fatica e sudore. Abbiamo fatto 21mila persone in tre partite, speriamo di essere altrettanto numerosi domenica, sia a livello di rumore che di partecipazione, ma dipende da noi. Se in campo riusciamo ad accendere la miccia, sappiamo che il pubblico ci viene dietro, ed è stata un’annata clamorosa da questo punto di vista, da anni a Pesaro non c’era l’entusiasmo che si è creato adesso.”

L’esclusione di Bergamo vi ha beffati, però lei ha sempre battuto sul fatto di non darsi alibi, mentre in Italia spesso lo si fa, da dove nasce questo suo modo di fare?
“Io sono cresciuto in dittatura, e quando è così, c’è poco da fare, bisogna adattarsi alla realtà che si ha, e anche se le difficoltà sono mille, bisogna fare in modo di sopravvivere. Se si comincia a piangere, si fa il gioco degli altri, facendo vedere le proprie debolezze. E questa è una lezione di vita, non solo di basket, che io ho trasmesso ai miei giocatori, perchè è questo che troveranno, quando finiranno di giocare, nella vita normale. Ho sempre detto di non voler sentir parlare di classifiche o altre cose, ma soltanto della prossima partita. Ci è capitato, ma basta così. Il messaggio è arrivato e tutti hanno capito, nessuno ha mai parlato dei 4 punti persi o degli altri problemi, questo è un altro aspetto importante, la squadra è cresciuta a livello di carattere.”

La volata finale con Scafati e Fortitudo Bologna, dimostra l’equilibrio che c’è in questo campionato?
“Io l’ho detto da subito che questo sarebbe stato un campionato da risolvere all’ultima giornata, è un’A2 molto difficile e bella. Squadre partite per dominare, con budget alti, poi abbiamo visto che basta un attimo, si perdono alcune partite, e ci si allontana troppo dalla vetta. Il margine di errore è bassissimo, questo dà ancora più valore a quanto abbiamo fatto noi, non avendo una squadra lunghissima, facendo fronte anche a sfortune, restando per 6 mesi primi. Ora sappiamo che non dipende solo da noi, ma questo significa che bisogna fare il proprio lavoro con un’occhiata alle altre squadre. Se siamo consapevoli che abbiamo fatto il nostro massimo, non c’è niente da piangersi addosso. L’obiettivo a inizio stagione, l’ho detto ai ragazzi, era di sognare e toccare il cielo, ma anche se ci fermiamo sulla cima dell’Himalaya, abbiamo fatto comunque un grande percorso, e questa è la mentalità! Non è una disfatta. Ci possono anche essere errori degli arbitri che ti vanno contro, però purtroppo succede, non possiamo farci niente, dobbiamo andare avanti.”

Per domenica, viste le assenze, pensa di reinserire Andrew Smith, e se ci sono poi possibilità di recuperare Miniotas e Maretto per l’ultima partita.
“Miniotas sarà difficile recuperarlo perchè ha uno strappo. Smith farà parte della squadra domenica, sta lavorando giorno dopo giorno, non aveva tanti minuti nelle gambe, e lo stiamo allenando anche facendo differenziato. Sappiamo che è una partita piena di insidie, loro con Rosser hanno inserito un giocatore che gli dà tanta energia, l’ultima partita ha segnato 17 punti, con 9 rimbalzi. Hanno conquistato la salvezza, e sono in una posizione dove possono giocare con tranquillità. Abbiamo una grande motivazione a fare bene.”

Se non dovesse arrivare la promozione, questa squadra sarebbe una base per il futuro di Pesaro. Cosa vede nel futuro del gruppo dei ragazzi giovani, quindi Maretto, Bertini, Virginio e Trucchetti?
“Hanno fatto dei passi da gigante, si è creato un legame importante anche con Pesaro, e stanno continuando a migliorare. Sono dei professionisti e sappiamo che c’è anche un mercato, è troppo presto parlare di futuro. Poi l’NCAA ormai sta sconvolgendo tutto, qualcuno dei miei può anche avere delle offerte importanti da lì. E’ una situazione in continua evoluzione, noi stiamo pensando solo a finire bene e di chiudere nel miglior modo possibile il nostro lavoro. Poi la società farà le sue valutazioni per come andare avanti.”

A proposito dell’NCAA e dei tanti italiani giovani che sono andati all’estero per giocare, pensa che il passaggio in NCAA possa portare dei benefici nella carriera di questi ragazzi o vanno soltanto per attrazione economica?
“Ho lavorato per un anno e mezzo là, quindi dipende. Ci sono quelli della prima fascia che sono sicuri professionisti e quindi fanno questa scelta perchè tra 3/4 anni tornano con una laurea, un inglese perfetto e hanno vissuto con condizioni di lavoro di alto livello, perchè lì non ti fanno mancare niente. Poi c’è chi va lì per studiare, giocano a basket, prendono la borsa di studio, e anche questa è una scelta. Il problema è che qui non ci saranno più giocatori. Bisogna essere bravi a muoversi sul mercato, perchè altrimenti chi si muove tardi rischia di non completare la squadra. Solo dalla Francia partono in 62 quest’anno, dalla Spagna 160, sono tantissimi.”

Quello di Pesaro può essere un modello da seguire in A2, lo hanno detto sia Banchi che Ramagli, quindi una squadra per formare i giovani e non avere solo giocatori di esperienza per puntare subito alla promozione.
“E’ tutto bello teoricamente, il problema dei club è che hanno fretta di andare in A1. Gli allenatori hanno poco tempo per lavorare, perchè magari perdono un paio di partite e vengono mandati via. E’ un problema grosso arrivato anche in Eurolega, dove sono saltate 10 panchine, quindi sta prendendo una strana piega la cosa. Il ruolo del coach dipende dai club, e molti di essi sono strutturati in modo tale che l’allenatore sia uno di passaggio. A Cividale non fanno così, ma sono scelte, possono funzionare o no. La mia idea è sempre stata che senza i giovani in casa non si può avere continuità. Chi non è abituato nella sua carriera a giocare 8 infrasettimanali in una stagione ha difficoltà, e così aumentano il numero di infortuni.”

Molti, come anche Marco Calamai, dicono che Pesaro gioca il basket più bello del campionato. In generale che livello è stato il gioco dell’A2, si dice che si gioca troppo pick-and-roll e tiro da tre, mentre Pesaro è un pò l’eccezione.
“Dipende dalle caratteristiche dei giocatori. Il pick-and-roll è normale che sia da giocare. Bucarelli in un anno e mezzo è diventato uno dei migliori playmaker del campionato, mentre prima lo faceva pochissimo. Noi abbiamo fatto delle scelte: meno palleggi, a parte chi riesce a creare da esso, mentre gli altri devono muovere il pallone, che non si deve fermare mai. Non facciamo una cosa solo da un lato, intanto dall’altro si fa una cosa completamente differente. Se lo facciamo senza fermare la palla, si creano dei vantaggi, dei tiri con i piedi per terra o andando a segnare dentro l’area. Bisogna creare le situazioni adatte ai giocatori che hai, e non devono fermarsi a pensare, ma fare tutto mentre muovono la palla. Facile da dire, ma molto difficile da fare, ci vuole tempo e pazienza, ma dopo ai giocatori piace quel modo di giocare perchè non sono telecomandati, sono sempre attivi e sanno che tutto dipende da loro.”

Cosa si aspetta da queste ultime due partite, Forlì e Livorno, due sfide complicate.
“Io penso solo a domenica con Forlì, non posso permettermi di pensare a Livorno, l’ho detto anche ai ragazzi. Esiste Forlì perchè è una gara troppo insidiosa, è una sfida da vincere. Sono una squadra che ha avuto tanti problemi ma giocano leggeri, e questa è la pericolosità della gara.”

Un’altra cosa che si dice su Pesaro è che se non dovesse arrivare la promozione diretta, come pensate di gestire i playoff considerando il contraccolpo psicologico.
“Quello dobbiamo viverlo, se succede, ma senza cercare di piangersi addosso. Si ricaricheranno le pile in quei pochi giorni e si darà battaglia uguale. Sappiamo che gli altri sono più strutturati, stanno aggiungendo un sacco di giocatori diversi, ma noi dobbiamo fare quello che possiamo con ciò che abbiamo. Stare uniti, squadra e tutto lo staff, insieme ai tifosi, dando tutto. Abbiamo fatto una scelta, uscire dal campo dando tutto, e fino ad adesso lo abbiamo fatto.”

Quest’anno è stata una sfida difficile anche per lei (vinta ovviamente) e verso il suo attaccamento a Pesaro, dopo un’annata dove eri arrivato in corsa e c’erano state difficoltà sia all’inizio che durante.
“L’anno scorso eravamo penultimi dopo tre settimane che ero arrivato, facciamo un cambio di marcia importante con le risorse che avevamo, e siamo arrivati al sesto posto ad un certo. Ci è mancata una vittoria per fare il playoff diretto, abbiamo fatto i play-in e vinto anche il primo turno, eppure sembra che non abbiamo fatto niente. E’ stato sottovalutato un grandissimo lavoro fatto, solo perchè non si è entrati ai playoff. 13 vittorie in 15 partite, con gli stessi giocatori di inizio anno, senza aggiungere niente. Non è stato riconosciuto un grandissimo lavoro fatto dallo staff lo scorso anno, ma noi abbiamo deciso di ripartire ancora più compatti dell’anno prima per dimostrare di essere sempre bravi a fare quello che ci viene chiesto. Siamo riusciti a risvegliare l’entusiasmo in una delle piazze più importanti del basket italiano, è questo la cosa di cui andiamo più orgogliosi.”

Qual è il complimento più bello che vorrebbe fare ai suoi ragazzi per questa annata?
“Nella mia carriera, forse tre o quattro volte ho trovato un gruppo del genere, tra qualità umana e tecnica. Comunque andrà saranno sempre tra i primi posti dei ricordi della mia vita e della mia storia. Con molti dei miei ragazzi sono molto legato. Quest’anno non ho mai alzato la voce, mentre prima ero uno che rompeva abbastanza, noi dei balcani sopportiamo poco l’errore. In questo mi ha aiutato molto l’anno e mezzo passato in America, lavorando di staff, dando più responsabilità ai miei assistenti, è stata la chiave dei miei successi in questi anni. I giocatori non devono ascoltare sempre la mia voce, ma devono capire che gli stai trasmettendo una direzione e se loro l’abbracciano è fantastico. Voglio essere ricordato da loro come persona e come uno che li ha indirizzati per una via in un momento che ognuno di loro sta affrontando una fase diversa della propria vita. Li guardo negli occhi e gli dico “Oh ragazzi ad agosto siete arrivati a questo livello, a giugno siete di tutt’altro livello”, questa è la soddisfazione migliore.”

-Tre nomination: MVP, miglior italiano e miglior rookie?
“È ovvio che io sia di parte, se devo scegliere un rookie abbiamo l’elenco pieno, Tambone MVP, ma poi posso sceglierne tanti altri.”

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Foto di Ciamillo Castoria