Era il 2012. Quel famoso discorso riecheggia forte nelle case di ogni cittadino europeo. Mario Draghi e quel “whatever it takes” che ha cambiato la storia del nostro continente. Un’assunzione forte di responsabilità, una posizione netta che segnò l’effettiva ripresa dell’euro. Un leader, sopra tutto: la crisi, le prime crepe, l’arrendevolezza. Il manuale perfetto di come con convinzione e pianificazione si possa uscire da tutto. E così, Varese. Dopo l’ennesimo tracollo esterno.
E la voglia di ribalta. Varese è chiamata a fare “whatever it takes” per mantenere la massima serie. È un obbligo morale di una società che in questo anno ha sbagliato qualsiasi tipo di scelta. Ma non si può arrendere. È un impegno con la storia e per la storia, quella di una piazza che vive per questo sport. Che segue in maniera incessante i suoi beniamini, dal più piccolo, Assui, chiamato a dover essere pronto senza il tempo per prepararsi. I suoi 19 anni, l’inesperienza, la voglia e la netta differenza tecnica e di fisico con i suoi avversari.
Al più longevo, con più esperienza. Il più navigato. Tyus. I suoi 37 anni, la chiamata ad essere pronto per un campionato la cui età non lo aiuta. La commovente prestazione che ogni domenica mette in campo, le sue pezze, la sua grinta e quella leadership nascosta. Al coach, Kastritis. Che ha ribaltato Varese come un calzino, che sta lottando a mezzo servizio, che non può utilizzare Johnson, perché la società non fa compromessi sull’etica. Che ha Gray infortunato. Che ha rispolverato Virginio. Che deve fare di necessità virtù.
Al campo, a domenica. Quando arriverà Scafati, indemoniata dal derby campano perso. Per un confronto che ha un peso specifico dal valore inestimabile. Perché Varese è pronta a fare veramente “whatever it takes” per restare nella sua casa, la serie A. Perché il baratro della A2 non ha fondo, non ha previsioni di uscita, non ha quell’appeal che qui si respira e vive ogni maledetta domenica. Per i ragazzi che sognano di arrivare qui, come Librizzi, il capitano, che deve ritrovarsi per ridare a Varese quello sprint, quel brio e quei punti che mancano troppo in questa serrata lotta al mantenimento del paradiso.
Per Scola, lui che ieri guardava sconsolato l’ennesimo tracollo. Delle volte gli errori sono il frutto testardo delle nostre miopi convinzioni. Varese, lui, l’ha salvata, dal baratro del fallimento. Ora, guarda speranzoso verso un’altra salvezza. Dopo aver cambiato passo e scelte. Da domenica ci sono solo finali abbordabili, per riscrivere ancora una volta il proprio nome nella griglia di partenza di quella che è l’unica serie plausibile nella quale Varese possa stare: la LBA. Qualsiasi cosa pur di rimanerci. E credetemi, sarà abbastanza.