Solo una bolla di sapone? Francamente no. L’impressione è che sia stato un blitz, un’incursione in campo avverso per saggiarne le difese, pronti ad una ritirata strategica visto il volume di fuoco della risposta, probabilmente inatteso nella sua virulenza. Capi di stato e di governo, forze politiche, le massime autorità dello sport (Infantino e Bach), tecnici e giocatori, soprattutto i tifosi mobilitati in manifestazioni spontanee: fatta la somma, meglio fare un passo indietro. Intanto il sasso è stato lanciato, fatta intuire la gravità del pericolo, al tavolo delle future e inevitabili trattative la “sporca dozzina”, come l’ha definita Ceferin, si siederà in posizioni di maggiore forza per trattare condizioni più favorevoli per i grandi club.

Non crediamo che il quadro reale di quanto avvenuto nelle ultime quarantottore si discosti di molto. Resta la figuraccia personale di alcuni, resta però anche l’idea che “molto debba cambiare”. Del resto, Real Madrid e Barcellona sapevano molto bene di cosa stavano parlando, visto che ventuno anni fa erano alla testa del cospicuo movimento che, con Bertomeu, Rigas e Bassani, aveva prodotto la scissione dalla Fiba per dar vita all’Eurolega, e sanno anche che il nuovo organismo sta viaggiando ora in piena salute.

Allora non ci fu alcuna levata di scudi. Poche le voci contrarie, tra queste il Corriere dello Sport, per motivi di etica sportiva nella convinzione che la meritocrazia – e non la potenza economica – dovrebbe essere sempre alla base di ogni movimento sportivo. Allora la Fiba, le Federazioni e le Leghe, peraltro con l’Uleb inizialmente favorevoli al progetto, scelsero una reazione morbida, finendo con il convivere con il nuovo organismo. Che ha avuto successo anche perché nel basket c’è un modello assoluto di successo e di riferimento che è la Nba. Cosa che il calcio non ha, visto che la lega professionistica di soccer americana ne ricalca le orme, ma non ha nemmeno la centesima parte di influenza rispetto a quello che globalmente può vantare la Nba (e le leghe di football, baseball ed hockey su ghiaccio). Riflette però il sistema sportivo americano, che può essere parzialmente trasferito nella nostra pallacanestro, ma non nel calcio che ha tradizioni fin troppo consolidate e un ruolo anche sociale ben superiore. Ed è un sistema valido ma nell’interezza della sua realtà, nel meccanismo decisivo delle scelte, del salary cap, della luxury tax che hanno una funzione di livellamento e che consentono la progressiva modificazione dei valori.

Le conseguenze le abbiamo viste, con l’impoverimento del valore del nostro campionato nazionale, con la Nazionale obbligata ad affrontare i suoi impegni nel corso della stagione in formazione sperimentale, con le squadre che vincono lo scudetto (Venezia per due volte) e non possono partecipare alla attualmente massima rassegna continentale per club che è riservata ad una sola squadra, la più potente e la più ricca, se non quando è la medesima ad imporsi. 

Per non rompere definitivamente il giocattolo, Fiba, Federazioni nazionali e leghe – in assenza, a suo tempo, di una reazione pubblica così violenta come si è visto per il calcio -, e la stessa opinione pubblica, si sono adeguate salvando il salvabile, ma a costo di un netto ridimensionamento di immagine del “prodotto interno” e cioè del campionato. 

Apparentemente la marcia indietro delle dodici può essere considerata una resa, ma non incondizionata. Lo vedremo quando si comincerà a trattare sul futuro.