Celtics, Lakers e il “caso Seth Curry”: è tempo di scoprire i protagonisti della terza settimana NBA.
Una settimana che è stata segnata da un prepotente ritorno. Quello della pandemia da COVID-19 e dei conseguenti Protocolli di Salute e Sicurezza. Protocolli che, con l’insorgere di sempre più positività, hanno costretto la lega a rintracciare e isolare i giocatori entrati in contatto con i soggetti positivi. Di conseguenza molti roster NBA sono risultati decimati, al punto che alcune squadre non sono addirittura riuscite a scendere in campo. Nel corso dell’ultima settimana, infatti, l’NBA ha dovuto rinviare ben quattro partite (di cui tre negli ultimi tre giorni).
Quarantene a parte, però, non tutte le squadre sono state messe al tappeto dal virus, e per le sopravvissute il campionato è andato avanti. In particolare, tra le squadre che non si sono lasciate piegare dalla difficile situazione, hanno spiccato due grandi rivali della storia della lega, che sono ritornate in testa alle rispettive Conference.
Le migliori: Boston Celtics e Los Angeles Lakers
Malgrado i numerosi giocatori indisponibili, e i recenti rinvii contro Miami Heat e Chicago Bulls, i Boston Celtics sono attualmente al primo posto della Eastern Conference. Sicuramente merito di un’ottima settimana, dove i Celtics hanno vinto cinque partite su sei e la squadra ha dimostrato compattezza e energia, e di Jayson Tatum, nominato miglior giocatore della settimana a Est e autore di prestazioni di grande spessore (33 punti, 5.3 rimbalzi, 2.7 assist di media, tirando con il 52.2% dal campo e il 52% da dietro l’arco) che hanno permesso alla squadra di vincere tre partite di fila. Nonostante l’incredibile settimana, però, Tatum, è recentemente risultato positivo al COVID-19, come quasi l’intero roster dei Celtics, e dovrà rimanere fuori per almeno dieci giorni. Una situazione complessa, dunque, quella dei Celtics, che se da un lato possono godersi il primo posto della Eastern Conference, dall’altro si ritrovano a dover vivere sulla propria pelle i devastanti effetti della pandemia.

Anche la Western Conference ha assistito a un prepotente ritorno. Quello dei Los Angeles Lakers di LeBron James, che dopo una settimana quasi perfetta si ritrovano in testa alla classifica con un ottimo record (9-3). Malgrado lo scivolone contro gli Spurs, infatti, i Lakers hanno vinto sei delle ultime sette partite, esibendo un ottimo attacco (il sesto della lega) e una superba difesa (la seconda dell’NBA). Il “Re” è sembrato trovarsi a proprio agio con i nuovi compagni, in primis Marc Gasol e Dennis Schroeder, che secondo il numero 23: “Mi permettono di giocare di più lontano dalla palla. Di muovermi e tagliare a canestro”, e Anthony Davis ha continuato a fare ciò che sa fare meglio, ovvero segnare valanghe di punti. Da sottolineare il sempre più valido contributo di Horton-Tucker, un giovane talento sbucato fuori dal nulla ed entrato di diritto nelle rotazioni di Coach Frank Vogel.

Le peggiori: Detroit Pistons e Minnesota Timberwolves
I Detroit Pistons, insieme agli sfortunati Toronto Raptors, sono il fanalino di coda della Eastern Conference con un deludente record di 2-8. La squadra di Coach Dwane Casey, che dovrà fare a meno del rookie Killian Hayes per un po’ a causa di un infortunio all’anca, anche nell’ultima settimana non è riuscita ad ottenere continuità da molti giocatori del proprio roster. In primo luogo dai veterani come Derrick Rose e Blake Griffin, il cui recente contributo offensivo ha lasciato parecchio a desiderare e le cui prestazioni non hanno affatto brillato. L’unica nota positiva della franchigia di Detroit è arrivata da Jerami Grant, che nelle ultime partite è stato la prima punta della squadra, il giocatore che si è caricato la squadra sulle spalle e ha segnato i canestri importanti. Malgrado i coraggiosi sforzi del giocatore, però, la squadra ha continuato a mostrare gravi lacune in difesa (la ventiquattresima della lega), in attacco (il ventiquattresimo dell’NBA), e persino nel ritmo di gioco (il ventiduesimo della lega).

I ritorni di Josh Okogie e Karl-Anthony Towns, rimasto fuori per sei partite, non hanno aiutato i Minnesota Timberwolves a risalire la classifica della Western Conference. Nonostante l’ultima vittoria contro gli Spurs, infatti, i Wolves sono ancora relegati in fondo alla classifica, e si ritrovano alle prese con i soliti problemi. Innanzitutto quelli riguardanti la difesa, visto che la squadra ha il ventottesimo Defensive Rating e il trentesimo Net Rating della lega. Anche dal punto di vista offensivo, però, i Timberwolves presentano varie problematiche, e malgrado i vari Towns, Russell, Rubio e Edwards e l’alto ritmo di gioco esibito dalla squadra (il nono della lega), l’attacco di Coach Saunders continua a rivelarsi poco efficiente (ventiseiesimo in tutta l’NBA). Sicuramente un punto da cui partire per il giovane allenatore dei Wolves, che al momento non può di certo dirsi soddisfatto del record della propria squadra (3-7).

Focus: i Protocolli di Salute e Sicurezza e il “caso” Seth Curry
Durante la settimana appena trascorsa l’NBA è stata scossa da un episodio clamoroso e a dir poco surreale. Al termine della partita tra Brooklyn Nets e Philadelphia 76ers, avvenuta nella notte tra l’8 e il 9 gennaio e vinta dalla squadra di New York con il punteggio di 122-09, è stato comunicato che Seth Curry, guardia dei Sixers, era risultato positivo al COVID-19. Niente di strano, vista l’attuale situazione statunitense, se non fosse per il fatto che Curry è rimasto in panchina con i compagni per tutto il primo quarto, lasciando il Barclays Center solo dopo aver appreso la notizia della propria positività. In base ai Protocolli di Salute e Sicurezza dell’NBA, però, Seth Curry non avrebbe dovuto trovarsi in panchina senza la sicurezza di un esito negativo del test, così come l’esito non sarebbe dovuto arrivare con così colpevole ritardo, a gara già ampiamente iniziata. Dopo l’episodio, dunque, in molti hanno gridato allo scandalo e la lega ha dovuto prendere ulteriori misure di sicurezza. Innanzitutto isolando prontamente Curry, e in seguito ricorrendo al “contact tracing”, uno strumento che consente alle autorità sanitarie dell’NBA di rintracciare i contatti dei soggetti risultati positivi. In conseguenza di ciò, moltissimi Sixers sono finiti in quarantena per aver avuto contatti con Curry, e questo ha causato non pochi problemi di formazione a Doc Rivers. Contro i Denver Nuggets, ad esempio, Philadelphia aveva solo sette giocatori disponibili, e ha dovuto mandare in panchina un infortunato per raggiungere il numero minimo di otto elementi. Insomma, il “caso Curry” non è sicuramente stato una manna dal cielo per i 76ers, che prima del clamoroso episodio erano in testa alla Eastern Conference, e in seguito sono stati costretti a perdere un bel po’ di vantaggio sulle dirette concorrenti (Celtics, Bucks, Pacers).

Pier Paolo Polimeno