Quante volte si è abusato del termine “Sliding Doors”? I riferimenti al film del 1998, con Gwineth Paltrow nel ruolo della protagonista, sono all’ordine del giorno ogni volta che un giocatore si trova davanti ad una decisione che può cambiargli la carriera o incappa in un evento che ne riscrive anche minimamente la storia.
Ma se c’è una carriera che potrebbe davvero essere adatta a questo titolo è quella di Danilo Gallinari.
Martedì l’annuncio, la sua storia sul parquet è ufficialmente giunta al termine dopo vent’anni, 16 dei quali trascorsi in NBA.
Una carriera che nessun italiano può vantare, se ne facciamo una questione di permanenza e importanza nella massima competizione planetaria; Gallo è stato quanto di più vicino ci sia stato ad un All Star, specialmente durante gli anni di permanenza ai Denver Nuggets di cui è stato praticamente l’uomo franchigia prima di rompersi il legamento crociato nella stagione 2012-13.
Già, gli infortuni. Di lui Doc Rivers, suo allenatore ai tempi dei Los Angeles Clippers, ebbe a dire che non è mai stato completamente sano per più di un anno e mezzo.
Quei problemi fisici, a detta dello stesso Danilo, hanno impedito che una grande carriera divenisse leggendaria.
Ginocchia e schiena, quest’ultima causa di un difficile anno da rookie nell’ambiente più difficile per un ragazzo al primo anno, il Madison Square Garden popolato di tifosi dei New York Knicks.
In Nazionale abbiamo potuto vederlo meno di quanto avremmo voluto, fattore comune a tutti i giocatori NBA; in azzurro resteranno nella storia alcune sue prestazioni durante gli Europei del 2015, ma anche le parole dure e crude sputate davanti alle telecamere, quel “mi sono rotto […] di perdere” che suonò come un tentativo di ribellarsi alla sfortuna.
Non si nascose nemmeno quando l’Italbasket patì la più cocente delusione dall’inizio del XXI secolo, mentre la Croazia festeggiava la qualificazione olimpica sul parquet dell’Inalpi Arena di Torino davanti agli occhi sconsolati della Nazionale dei tre giocatori NBA più Gigi Datome che veniva dalle parentesi Detroit e Boston.
Eppure la sfortuna stessa lo prese di mira l’estate successiva, la reazione con pugno incorporato nei confronti dell’olandese Jito Kok non gli costò soltanto l’espulsione – giusta – ma anche la rottura del metacarpo, oltre il danno la beffa.
Avrebbe meritato qualcosa in più, magari di essere un elemento importante in una squadra da titolo, ha provato a guadagnarsi l’Anello accettando anche di essere tra gli ultimi delle rotazioni; alla fine ha vinto il campionato portoricano, troppo poco per quanto seminato ostinatamente, troppo poco per il suo talento.
Resterà l’italiano più pagato della storia del basket (65 milioni in tre anni dai Clippers), quello con maggior numero di punti (47) in una partita NBA, l’11 aprile del 2015 contro i Dallas Mavericks.
Resta il dubbio su se sarebbe stato meglio tornare in Europa qualche anno fa e concludere, magari, la carriera con almeno un’Eurolega in bacheca.
Resta Danilo, quello che ci ha sempre messo la faccia, quello che ha regalato emozioni in maglia azzurra, quello che ha chiuso il percorso in Nazionale con una sorta di ribellione tecnica che quasi rischiava di ribaltare la Slovenia.
Buona vita, Danilo Gallinari.
A cresta altissima.