L’aspetto mentale nello sport moderno è sempre più centrale. In molte discipline si sente sempre più parlare di coach che assistono gli atleti pur non curando aspetti tecnici, bensì mentali. Con Fabio Fossati, giocatore, allenatore di lungo corso e ora proprio mental coach, abbiamo approfondito il ruolo di queste figure nella pallacanestro. Fossati si è formato alla Mental Training Italy, una branchia della Robert Neff Academy di Los Angeles ed ha affiancato la Virtus Bologna di Sergio Scariolo dalla stagione 2021/2022 alla 2022/2023. 

Qual’è il ruolo di un mental coach all’interno di una squadra e di cosa si occupa?

Faccio una promessa, non mi è mai piaciuto molto il termine mental coach, perché il termine mental non dico che evochi sempre dei disagi, ma quasi. Innanzitutto non è un aspetto medico, ma didattico, perché io mi occupo di sport. Un mental coach lavora sulle possibilità di portare gli atleti a sfruttare al massimo le loro capacità e le loro caratteristiche. Sia i professionisti sia i dilettanti spesso sono condizionati da situazioni che non permettono loro di ottenere dei risultati. Questo aspetto ovviamente va di pari passo con quello che è la preparazione atletica, tecnica e tattica. Per l’aspetto mentale si mettono gli atleti nelle migliori condizioni di cercare di tirar fuori il meglio di se stessi”. 

 

Il confronto tra giocatori e mental coach è quotidiano?

Il rapporto quotidiano sarebbe quello ideale, c’è da dire però che per quelle che sono le esigenze di una squadra, spesso ci sono delle tempistiche che non coincidono. Diciamo che un rapporto corretto fra un mental coach e un atleta potrebbe essere un paio di volte a settimana. È ovvio che nel momento stesso in cui vengono dati dei suggerimenti e delle tecniche, deve essere poi il giocatore che si mette un po’ in gioco. C’è differenza tra atleti che ottengono dei risultati e quelli che non ottengono dei risultati. La differenza sta proprio nel fatto di prendere coscienza dei limiti che una persona ha e lavorarci per poi ottenere il massimo risultato. Spesso si arriva ad affidarsi ad un mental coach quando si è con l’acqua alla gola, invece sarebbe molto importante avere un approccio di prevenzione piuttosto che curativo. Anche perché il lavoro mentale è un processo lungo, come quando si lavora sulla tecnica o sulla tattica, bisogna dedicarci del tempo”.

 

Il lavoro viene svolto sul singolo giocatore o sul gruppo, oppure su entrambi?

Si possono fare ambedue. Sul gruppo, per esempio, si può lavorare con esercizi di team building soprattutto nel momento in cui una squadra si ritrova all’inizio della stagione, mentre con gli atleti individuali, bisogna capire di che cosa hanno bisogno. Adesso mi viene in mente, per esempio, il mio rapporto con la Virtus. È stato cercare di far recuperare le energie ai giocatori di fronte a un sacco di partite durante la stessa settimana. Soprattutto con i grandi atleti non bisogna andare con i piedi di piombo, bisogna essere di supporto e non stravolgere nulla. Per esempio, il coaching mentale può essere una cosa importante nel recupero degli infortuni. Una tecnica utile in questi casi è la visualizzazione che viene utilizzata nel recupero fisico, ma anche per cercare di migliorare le prestazioni tecniche.

 

Quanto è importante secondo lei, per una figura come la sua, aver vissuto in prima persona lo sport come giocatore o come allenatore?

Il mio diventare mental coach è partito dal fatto che mi sono reso conto che nella mia carriera sia da giocatore, che da allenatore in Italia e in giro per il mondo avevo commesso un sacco di errori, e mi chiedevo il perché di questi errori, oppure se avessi potuto fare qualcosa di più. A quel punto mi sono avvicinato al coaching mentale. Io ovviamente sono un po’ di parte, ma dico che una figura come questa dovrebbe esserci in tutte le specialità. Qualcuno che affianchi i giocatori, che viene dal campo magari, e ha vissuto certe esperienze in prima persona in passato è fondamentale. Un conto è leggere le cose sui libri, un conto è averle vissute”. 

 

Com’è arrivata la chiamata dalla Virtus Bologna l’estate di due anni fa?

“Era già un po’ di tempo che mi occupavo degli aspetti mentali, avevo già lavorato con alcuni allenatori di basket e poi conosco molto bene Sergio Scariolo. Devo dire che sono rimasto un po’ sorpreso che lui quando è arrivato mi abbia chiamato, però era un’opportunità importante. La Virtus mi ha dato questa grande possibilità perché ho avuto modo di confrontarmi con grandi giocatori. La prima cosa che ho pensato quando mi è arrivata la richiesta è stata: ma io cosa racconto a Belinelli e a Teodosic? Però devo dire che anche i grandi giocatori sono stati sensibili ai discorsi che abbiamo fatto. Con alcuni di loro, nonostante il mio rapporto lavorativo sia finito, ho ancora dei rapporti più che amichevoli”.

 

Ci sono state differenze nell’approcciare una squadra che compete al massimo livello in Europa, rispetto alle esperienze che aveva avuto in precedenza?

“Sì, assolutamente, perché a certi giocatori non è che puoi raccontare tante cose. Anzi, io facevo delle domande a loro. Una delle parti in cui io cerco di migliorare le mie conoscenze è quella della gestione dell’errore, e quindi chiedevo proprio a Teodosic, Shengelia, Hackett, Weems, e a Belinelli la loro reazione di fronte all’errore, poi dopo ne parlavamo e venivano fuori delle opinioni che sono servite soprattutto a me per apprendere. Perché se tu parli con un campione e ti dice una determinata cosa, poi tu metti in discussione quelle che sono le tue conoscenze”.

 

Rimanendo in ambito Virtus, come valuta invece adesso l’inizio di stagione della Segafredo?

“La Virtus sta facendo molto bene, escluso il Real Madrid che mi sembra di un altro pianeta, è una delle squadre più in forma dell’Eurolega. Hanno un grande equilibrio, con i punti di riferimento giusti e tutti i ruoli ben definiti. I risultati sono frutto di questo”.

 

Ha in programma dei progetti attualmente, o per il futuro?

“Mi piacerebbe di nuovo essere all’interno di una squadra, e mi auguro che succeda. Poi intanto insegno anche all’università, faccio parte di un progetto di sviluppo che il governo ungherese ha iniziato un po’ di anni fa. Prima era uno sviluppo che era relativo semplicemente all’aspetto tecnico, poi si è sviluppato anche l’aspetto mentale e faccio delle lezioni sempre agli allenatori. Tutti non si capacitano quando ne parlo, ma l’Ungheria dal punto di vista dello sviluppo dello sport non ha paragoni in Europa”.

 

In foto Fossati (Facebook)

Alessandro di Bari