C’è un passaggio, nelle parole di Dusko Ivanovic, che fotografa meglio di qualsiasi tabellino il momento della Virtus Bologna: “Senza la difesa e senza l’energia è difficile giocare. Tutto parte da una buona difesa”. È una frase semplice, quasi scolastica. Ma dentro c’è la diagnosi di un -31 contro l’Anadolu Efes che fa male, forse ancora più del -32 incassato una settimana prima al Pireo contro l’Olympiacos.
Perché se in Grecia si potevano trovare attenuanti – rotazioni ridotte, infortuni, la fatica di una double week logorante, il morale già intaccato dalla sconfitta casalinga contro l’ASVEL Villeurbanne – a Istanbul certe giustificazioni reggono molto meno. Ivanovic lo ha detto con chiarezza: nel secondo tempo la Virtus ha mollato subito. E quando una squadra allenata da un tecnico che ha costruito la propria carriera sull’intensità e sulla durezza mentale si scioglie così, il problema non è solo tecnico ma identitario.
Il vero vulnus, come sottolineato dal coach, è stato difensivo. Non solo per i punti concessi, ma per la qualità delle letture, per le rotazioni in ritardo, per la scarsa protezione dell’area e per l’assenza di pressione sulla palla. Senza difesa la Virtus non corre, non sporca linee di passaggio, non genera palle recuperate. E senza transizione il suo attacco diventa statico, prevedibile, lento. Ivanovic lo ha spiegato bene: quando si difende bene, si segna in contropiede e si gioca con fiducia, quando non si difende, niente funziona. È un effetto domino evidente. La brutta difesa di Istanbul ha tolto ritmo e sicurezza, e da lì è nato un attacco povero di idee, fatto di iniziative individuali e possessi spezzati.
In questo contesto si inserisce la serata nera di Carsen Edwards. Il 3/16 dal campo (1/8 da due, 2/8 da tre), con zero tiri liberi tentati, è il dato che salta agli occhi. Ma il numero racconta solo una parte della storia. Edwards è stato spesso incaponito, forzando conclusioni contro uno, due, a volte tre difensori. Mai davvero dentro la partita, mai capace di cambiare ritmo o coinvolgere i compagni. È vero, come ha detto Ivanovic, che l’Efes ha preparato una difesa attenta su di lui, costringendolo a giocare situazioni difficili. Ma è altrettanto vero che la Virtus non è riuscita a proteggerlo con blocchi migliori, con un movimento di palla più rapido, con letture collettive che alleggerissero la pressione.
Il punto è proprio questo: con Edwards imballato, tutto l’attacco si è imballato. La mancanza di condivisione del pallone – altro aspetto rimarcato dal coach – ha trasformato troppi possessi in azioni fini a sé stesse. E le penetrazioni al ferro, oltre a non produrre canestri, non hanno nemmeno generato falli. Zero viaggi in lunetta per il principale terminale offensivo sono il simbolo di una serata in cui la Virtus non è mai riuscita a mettere davvero in difficoltà la difesa turca.
Il momento è delicato. Il discorso play-in è ormai compromesso e l’attenzione, inevitabilmente, si sposterà sul campionato e sulla Coppa Italia. È una scelta quasi obbligata, anche in ottica energie e rotazioni. Ma l’EuroLeague non può diventare un terreno di resa. Per una società come la Virtus, che ha lavorato duramente per riconquistare un posto stabile in Europa, ogni partita deve essere un biglietto da visita. Per la credibilità agli occhi degli altri club, per il rispetto del proprio nome, per la capacità di attrarre sponsor e investitori in un contesto sempre più competitivo.
Partecipare all’EuroLeague è un privilegio, al netto delle incertezze future della competizione. E va onorato fino all’ultima sirena. Le sconfitte possono arrivare, soprattutto contro roster profondi e talentuosi. Ma il modo conta. Perdere di 30 punti due volte in una settimana è un campanello d’allarme che non può essere ignorato.
Ivanovic ha indicato la strada: difesa, energia, condivisione. Non è una ricetta nuova, ma è l’unica possibile. Perché senza identità difensiva la Virtus perde sé stessa. E senza sé stessa, anche l’attacco diventa un corpo senz’anima. Adesso serve una reazione, prima ancora tecnica che emotiva. Perché il campionato è un obiettivo concreto, ma l’orgoglio europeo non può essere messo in stand-by.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Carsen Edwards, foto Ciamillo-Castoria