La doppia sconfitta della Virtus Bologna, maturata nel giro di pochi giorni contro l’Hapoel Tel Aviv in Eurolega e contro l’Olimpia Milano all’Unipol Forum, racconta più di una semplice battuta d’arresto. Racconta una squadra che, quando perde il filo del proprio riferimento offensivo, fatica tremendamente a trovare soluzioni alternative e continuità emotiva dentro le partite.
Il filo conduttore è evidente e porta dritto al nome di Carsen Edwards. La Virtus è stata costruita attorno al suo talento, alla sua capacità di accendersi e trascinare, di spostare gli equilibri con il tiro e con l’energia. Non è un’accusa, ma una constatazione tecnica: quando Edwards segna meno di 20 punti contro avversarie di livello Eurolega, la Virtus ha sempre perso. Un dato che diventa quasi crudele se si pensa alla serata da due soli punti contro l’Hapoel Tel Aviv, o alla prova opaca offerta a Milano, dove l’impatto del suo leader offensivo è stato intermittente, mai realmente dominante.
Emblematica, in questo senso, la gara dell’Unipol Forum da 11 punti in 31 minuti frutto di un 1/10 da due e 3/10 (4/20 dal campo) e 4 palle perse. La Virtus ha mostrato il suo volto migliore nel secondo quarto, guarda caso l’unico realmente controllato e vinto, con Edwards più presente, più dentro la partita, capace di dare ritmo e fiducia ai compagni. Ma è stato un lampo isolato. Nel resto del match, l’attacco bianconero si è spento progressivamente, schiacciato da una Milano più profonda e più equilibrata, capace di colpire da più punti del campo: 63 punti, il bottino totale della squadra di Dusko Ivanovic.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è un altro elemento che pesa come un macigno: la totale mancanza di pericolosità perimetrale. Alla serata storta di Edwards si è sommata l’assenza, pesantissima, di Matt Morgan. In questa stagione Morgan si sta rivelando sempre più un sesto uomo di lusso, uno di quelli che entrano dalla panchina e cambiano l’inerzia delle partite, dando punti, ritmo e soluzioni immediate. Senza di lui, e con Edwards lontano dai suoi standard, la scalata diventa quasi proibitiva. E contro Milano lo si è visto chiaramente: spaziature ridotte, difese avversarie più aggressive, poche alternative credibili dall’arco.
Il momento della Virtus, dunque, non è solo una questione di risultati, ma di identità. Questa squadra vive – e in parte muore – con il rendimento dei suoi esterni di riferimento. Quando il motore Edwards gira a pieno regime e Morgan può incidere dalla panchina, la Virtus è competitiva contro chiunque. Quando uno è sottotono e l’altro manca del tutto, i margini si assottigliano drasticamente. La sfida ora è trasformare questa dipendenza in consapevolezza, allargando il contributo e ritrovando certezze, perché la stagione è lunga ma il livello delle avversarie non concede pause.
Eppure, dentro questo momento, non manca un segnale incoraggiante. La Virtus non è una squadra smarrita, né priva di identità. Anche nelle sconfitte, soprattutto a Milano, si sono visti tratti chiari: disciplina difensiva a tratti efficace, disponibilità al sacrificio, voglia di restare dentro la partita anche quando l’attacco non fluiva. Segnali che parlano di un gruppo che riconosce se stesso e sa cosa vuole essere. Il rientro di Morgan dal problema al posto e una versione più brillante di Edwards non rappresentano una speranza astratta, ma il naturale ritorno a un equilibrio già visto in questa stagione. La base c’è, il sistema pure. Ritrovare continuità offensiva significherà semplicemente riaccendere ciò che questa Virtus ha già dimostrato di saper fare: competere, soffrire insieme e trasformare il talento in risultati.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Edwards e Morgan, foto Ciamillo-Castoria