Il giorno dopo fa ancora un po’ più male. Non tanto per il risultato in sé, quanto per la sensazione nitida di aver avuto tra le mani una partita che poteva cambiare il peso specifico della stagione. La sconfitta per 85-80 contro il Fenerbahce lascia alla Virtus Bologna un rimpianto che va oltre gli 80 punti segnati e gli 85 subiti: il rimpianto di non aver capitalizzato una prestazione di altissimo livello contro una delle squadre più forti d’Europa, proprio nel momento in cui la classifica di EuroLeague comincia a chiedere scelte, scatti, vittorie che pesano doppio.
La Virtus ha giocato una grande partita. Intensa, fisica, lucida per lunghi tratti. Una di quelle gare che ti restituiscono la misura di quanto il gruppo sia cresciuto, di quanto l’identità costruita da Dusko Ivanovic sia ormai riconoscibile anche contro avversari di primissima fascia. Ed è proprio questo il punto da cui nasce il rammarico: perché per larghi tratti la Virtus è sembrata all’altezza, se non superiore, di un Fenerbahce che al petto e sui calzoncini porta la patch dorata destinata ai campioni d’Europa in carica. Un dettaglio simbolico, ma non banale. Perché ricorda che dall’altra parte c’era una squadra sontuosa, profonda, abituata a vincere i finali punto a punto, capace – nonostante le assenze – di prendersi la partita nei possessi decisivi e, con la vittoria di Bologna, di issarsi al secondo posto in classifica con vista sul primo.
Eppure la sensazione, condivisa dal parquet agli spalti, è che questa fosse una gara alla portata. Che quei due o tre dettagli, quei due o tre possessi finali, avrebbero potuto girare diversamente. Il Fener l’ha vinta proprio lì, nel mestiere e nella freddezza, in quella zona grigia che separa una grande prestazione da una vittoria che ti cambia l’orizzonte. Ed è inevitabile che il pensiero vada a quante volte, in questa stagione, la Virtus si sia trovata nella stessa situazione: competitiva, dentro la partita fino all’ultimo, ma costretta a uscire a mani vuote soprattutto lontano dalla Virtus Arena.
Dentro una partita giocata a livelli altissimi, la chiave che ha spostato l’inerzia del match contro il Fenerbahce è stato il blackout offensivo di circa sette minuti nel terzo quarto. Un passaggio a vuoto che, va detto, non è un episodio isolato nella stagione della Virtus Bologna – uno simile si era visto anche nella gara d’andata – ma che non ha mai intaccato la qualità strutturale del gioco. Anche contro i campioni d’Europa, le trame offensive sono rimaste pulite, coerenti, ben costruite: a tradire la Virtus è stata soprattutto l’esecuzione. Tiri aperti, spesso costruiti nel modo giusto, che questa volta non sono entrati. Il 23% da tre è un dato troppo basso per battere una squadra di questo livello in EuroLeague, ma non racconta un attacco in difficoltà concettuale. Piuttosto, fotografa una serata in cui l’efficacia non ha premiato la qualità, lasciando alla Virtus il rammarico di non aver capitalizzato un momento di pallacanestro, per idee e fluidità, di assoluto valore.
Non è un caso che i primi segnali incoraggianti siano arrivati proprio in trasferta, all’inizio del percorso europeo: prima Barcellona, poi Istanbul. Due sconfitte, è vero, ma due partite che avevano raccontato una squadra viva, organizzata, capace di stare sul campo contro chiunque. Proprio a Istanbul, contro il Fenerbahce, la Virtus era caduta al fotofinish sotto i colpi di Nicolò Melli. Da Fenerbahce a Fenerbahce, il cerchio sembra chiudersi idealmente a Bologna, con la consapevolezza che il livello espresso è rimasto alto, se possibile ancora più solido, ma che il conto delle occasioni perse inizia a pesare.
Non a caso, al termine della partita, il pubblico ha scelto la strada dell’applauso. Lungo, convinto, quasi liberatorio. Non scontato nel mondo Virtus. Un riconoscimento alla squadra per aver lottato, per aver divertito, per aver trasmesso la sensazione di essere tornata credibile a questo livello. Ed è forse questa la fotografia più onesta del momento: una Virtus che può togliersi soddisfazioni, che ha trovato un’identità chiara, ma che ha bisogno disperatamente di ritrovare uomini. Perché il margine tra una buona serata e una vittoria decisiva, in EuroLeague, passa anche – e soprattutto – dalla profondità e dalla qualità del roster.
In questo senso, l’assenza più pesante resta quella di Luca Vildoza. Non solo per il talento, ma per l’equilibrio che sa dare al gioco, per la capacità di leggere i momenti e abbassare o alzare i giri quando serve. Vedremo se almeno uno tra Vildoza e Aliou Diarra potrà essere recuperato in vista della sfida contro la Stella Rossa. Francesco Ferrari è stato tenuto a riposo precauzionale dopo un colpo subito contro Treviso, mentre Alen Smailagic avrà ancora bisogno di tempo. Sullo sfondo resta anche il capitolo mercato, dopo la partenza di Brandon Taylor, con un intervento che appare sempre più necessario per affrontare queste settimane senza snaturare il gioco costruito.
La partita contro la Stella Rossa, allora, diventa uno snodo evidente. Non solo per la classifica, ma per dare un senso compiuto a quel rimpianto maturato contro il Fenerbahce. Curiosamente, sugli spalti della Virtus Arena, ad assistere alla sfida contro i turchi, c’erano proprio il coach serbo Sasa Obradovic, insieme a Codi Miller-McIntyre e Chima Moneke. Un dettaglio che aggiunge ulteriore tensione narrativa a una partita già carica di significati.
Dentro tutto questo, c’è però una certezza che scalda il presente: Carsen Edwards. È tornato il vero Edwards. Non quello smarrito dell’andata, ma il giocatore capace di spaccare le partite al più alto livello europeo. Contro la sua ex squadra ha messo in scena uno show impressionante: 35 punti, a uno soltanto dal suo record di 36 contro l’ASVEL di inizio stagione. Qualità dei possessi altissima, letture giuste, tiri presi con ritmo e fiducia. Gli ultimi due tentativi per il possibile pareggio non entrano, ma in una serata così gli si perdonano senza esitazioni. Perché se la Virtus è rimasta attaccata al Fenerbahce fino all’ultimo, gran parte del merito passa da lì.
Ed è forse questa la chiave con cui leggere il momento: tra rimpianto e speranza. Il rimpianto di una partita che poteva dare slancio vero, soprattutto in chiave play-in. La speranza di una squadra che ha dimostrato, ancora una volta, di potersela giocare fino in fondo contro chiunque. Ora serve trasformare quella sensazione in punti. E la sfida contro la Stella Rossa, più che una semplice partita, sembra l’occasione giusta per farlo.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Edwards, Hackett e Niang, foto Ciamillo-Castoria