La vittoria sul Maccabi per 89-85 sul neutro del Pionir di Belgrado chiude il sipario sulla stagione di EuroLeague della Virtus Bologna. Un successo che ha il sapore della liberazione, perché arriva al termine di un percorso lungo, complesso e a tratti contraddittorio, capace di mescolare ambizioni concrete e difficoltà strutturali mai del tutto risolte.
Il bilancio finale recita 14 vittorie e 24 sconfitte, pari al 36.8% di successi. Un dato che racconta solo in parte la stagione bianconera. Perché dentro quei numeri convivono due anime ben distinte: quella brillante e ambiziosa dei primi mesi e quella fragile e logorata della fase conclusiva.
Non può essere ignorato lo scossone di metà marzo, con l’esonero di Dusko Ivanovic e la promozione ad head coach di Nenad Jakovljevic. Il cambio ha prodotto un parziale di 1-4, culminato proprio con la vittoria finale contro il Maccabi. Tuttavia, sarebbe riduttivo individuare in questo passaggio il cuore della stagione: le radici del rendimento altalenante affondano più indietro.
L’inizio, infatti, era stato esaltante. Il PalaDozza, casa temporanea, si era trasformato in un fortino inespugnabile: cinque vittorie su cinque, con scalpi pesanti come Real Madrid, Monaco, Panathinaikos, Efes e Maccabi. Una Virtus brillante, intensa, capace di correre e di sorprendere, che aveva acceso legittime ambizioni di alta classifica.
Il trasferimento alla Virtus Arena ha portato qualche fisiologico assestamento, ma senza intaccare del tutto la competitività. Anche nelle sconfitte contro Olympiacos, Hapoel Tel Aviv e Fenerbahce, la squadra aveva dimostrato di potersela giocare fino in fondo. Nel mezzo, vittorie significative, alcune ottenute anche in condizioni di emergenza: Dubai, Zalgiris e Milano.
Il punto di svolta, però, arriva dopo il 30 gennaio, con la splendida vittoria a Montecarlo contro il Monaco. Da lì in poi, il percorso si complica drasticamente. Da febbraio, complice soprattutto l’emergenza in cabina di regia, la Virtus perde continuità: 2 vittorie nelle successive 13 partite (Barcellona e Maccabi) a fronte di 11 sconfitte, alcune anche pesanti. La sconfitta interna contro l’Asvel rappresenta probabilmente il momento simbolico di questa frenata, una battuta d’arresto che ha inciso profondamente sul morale e sulla classifica.
I numeri complessivi raccontano di una squadra più solida tra le mura amiche (9-10) che in trasferta (5-14). Eppure, proprio lontano da Bologna sono arrivate alcune delle imprese più significative: Dubai, con la Virtus seconda squadra capace di espugnare la Coca-Cola Arena, Belgrado contro il Partizan e, appunto, Montecarlo.
Dal punto di vista tecnico, la squadra ha viaggiato a 81.8 punti di media, con 33.5 rimbalzi e 19.3 assist. Il copione è stato piuttosto chiaro: quando la Virtus è riuscita ad alzare il ritmo, correre in transizione e togliere riferimenti alla difesa avversaria, è diventata pericolosa per chiunque. Al contrario, a difesa schierata sono emerse difficoltà evidenti, soprattutto contro squadre più fisiche.
A livello individuale, la stagione ha avuto un protagonista assoluto: Carsen Edwards. La Virtus è stata, nel bene e nel male, profondamente dipendente dal suo numero 3. Miglior realizzatore con 17.3 punti di media (top 5 assoluta in EuroLeague), Edwards ha firmato prestazioni di altissimo livello: 36 punti a Villeurbanne contro l’Asvel, 35 contro il Fenerbahce, 32 a Madrid e 29 contro la Stella Rossa. Decisivo anche nella vittoria contro il Barcellona, con gli ultimi 4 punti che hanno chiuso la gara. Quando lui ha inciso, la Virtus è stata competitiva; quando è mancato, soprattutto nel finale di stagione, la squadra ne ha risentito in modo evidente.
Accanto a lui, nel ruolo di “Robin”, Matt Morgan. Ivanovic gli ha cucito addosso un ruolo da sesto uomo di lusso che lo ha esaltato: 13.5 punti di media e un impatto costante dalla panchina. Anche per lui, però, le difficoltà sono aumentate quando le assenze in regia lo hanno costretto a compiti non naturali.
Ed è proprio qui che si inserisce il peso specifico di Luca Vildoza, forse il vero equilibratore della squadra. La sua assenza si è fatta sentire in modo evidente: gestione dei ritmi, leadership difensiva e lucidità nei finali punto a punto sono qualità difficilmente replicabili. Diverse vittorie, compresa quella di Montecarlo, portano la sua firma.
Tra le note meno positive, il finale in calo di Alen Smailagic, condizionato da problemi fisici e lontano dagli standard attesi anche in relazione al suo peso economico nel roster. Un contrasto netto rispetto all’avvio di stagione, quando aveva mostrato segnali molto incoraggianti.
In compenso, non sono mancate le sorprese. Derrick Alston Jr si è rivelato un tiratore micidiale, capace di toccare anche il 60% da tre punti a metà stagione prima di normalizzarsi. Saliou Niang ha confermato di essere uno dei prospetti più interessanti del panorama europeo, chiudendo con una prova convincente contro il Maccabi impreziosita da un inusuale 3/3 dall’arco.
Da segnalare anche i primi passi in EuroLeague di Aliou Diarra, la crescita – tra alti e bassi e problemi al ginocchio – di Momo Diouf e l’esordio del giovane Francesco Ferrari, destinato a ritagliarsi più spazio nelle prossime stagioni.
Il giudizio complessivo resta in equilibrio: un 6 in pagella che riflette una stagione in cui le aspettative sono state sostanzialmente rispettate, ma che lascia anche un retrogusto di occasione parzialmente mancata. Il 17° posto finale, su 20 squadre, pesa soprattutto per il mancato accesso alla 16ª posizione, che avrebbe garantito anche un premio economico.
Resta la sensazione di una squadra che, per lunghi tratti, ha dimostrato di poter competere con chiunque. Ma anche la consapevolezza che, senza continuità fisica e tecnica, il margine tra ambizione e realtà, in EuroLeague, è sottilissimo.

Eugenio Petrillo 

Nell’immagine Edwards e Vildoza, foto Ciamillo-Castoria