di Diego Costa

 

Il docufilm curato dal Baso sullo scudetto della Fortitudo commuove. Profondamente.
Perché chi non conosce la Effe, specie chi non è di Bologna, non lo può capire. Non capisce che l’amore del fortitudino è un mix di gioia (poca, ma buona) e di tanto dolore.
Ne scaturisce una pozione magica, può sembrare una condanna per chi guarda da fuori. Ma non lo è, come non può esserlo una scelta.
Se provo a paragonare un simile sentimento, per esempio, nel calcio italiano, beh, mi viene in mente il Genoa. Una milonga, un tango argentino.
Se no, come si spiegano le lacrime che sgorgano? Come si spiega – in fondo – che un ripudiato come il Poz (io me lo ricordo, tristissimo, con gli occhiali neri, sugli spalti) riesca comunque a capire.
Come si spiega che lo scudetto sia arrivato dopo due clamorosi colpi di scena negativi. L’ infortunio terribile di Milos, poi la scelta sul Poz!
Eppure quel favoloso gruppo trovò gli anticorpi.
Li trovi se hai l’anima a fior di polpastrello, di pelle. Li trovi se – sembra strano ma è così – riesci a tenere un equilibrio tra la pesantezza dell’ attimo e la leggerezza del gesto.
Una magia, non per caso finita nelle mani di Ruben.
Il segno del destino, un destino che ha incastonato la storia della Fortitudo di quegli anni, i più ricchi, belli e fortunati nella storia del club, in quel caso schizzando verso l’alto, in altri, schiantandoti a terra.
Per questo un fortitudino vero balla sul filo dell’ equilibrio tra il prodigio estremo di Douglas e quel famoso tiro di Danilovic chiamato in causa dai cugini.
Per un fortitudino vero sono quisquilie. Certo sussulti di attimi.
Ma l’amore ha radici molto molto più profonde.
Ovunque tu sia, eternamente fortitudino perché gioia e dolore insieme, ciao Ruben.

 

IL COMUNICATO DELLA LEGABASKET

È disponibile su sito, app e YouTube LBA (e, nei prossimi giorni, anche sulla piattaforma DAZN), la
sesta puntata della seconda stagione di "Basketball&Conversations", il format ideato e prodotto
da LBA con Gianluca Basile nei panni del conduttore, incontrando giocatori e allenatori per una
conversazione a 360° che ripercorre le loro esperienze personali di vita dentro e fuori dal campo
da basket. Nei precedenti episodi Basile ha già intervistato Andrea Trinchieri, Nicolò Melli e
Michele Vitali, Ettore Messina, Carlton Myers e Marco Belinelli.
In questo episodio, presentato da Climamio, l’intervistato è Jasmin Repesa, che ripercorre alcuni
momenti dello Scudetto 2005 della Fortitudo Bologna, assieme ad alcuni grandi protagonisti di
quella cavalcata trionfale: oltre a Gianluca Basile, sono intervenuti anche Marco Belinelli, Stefano
Mancinelli, Gianmarco Pozzecco, Claudio Coldebella (nei panni di avversario in finale come
playmaker dell’Olimpia Milano), Roberto Breveglieri (assistente allenatore in quella stagione di
Jasmin Repesa) e Fabrizio Pungetti (all’epoca Responsabile Ufficio Stampa della Fortitudo
Bologna), Luigi Lamonica e Carmelo Paternicò (gli arbitri della decisiva Gara 4, conclusa con il
ricorso all’Instant Replay che convalidò la tripla della vittoria di Ruben Douglas).
Repesa inizia il suo racconto partendo dalla prima sconfitta stagionale a Napoli: “Sono arrivato alla
Fortitudo abbastanza giovane, dopo aver vinto tutto al Tofas Bursa. Nella prima partita a Napoli
contro la Pompea, per tutta la mattina che precedeva il match non si parlava altro che di
Penberthy (americano della Pompea) e se sarebbe tornato o meno in tempo per la gara dagli Stati
Uniti (era appena diventato papà)? Alla fine, Penberty tornò in tempo e sparò subito un 6/6 da tre
punti nel primo quarto. Provammo a contenerlo con la difesa di Basile, poi con Douglas ma non ci
fu nulla da fare. Perdemmo di 25 e nello spogliatoio Pozzecco disse: “La mia squadra non ha mai
giocato così male”. E io gli risposi: “È la mia stessa squadra”.
Dopo quella pesante sconfitta, in una riunione tra il tecnico e la squadra, la investitura di Repesa a
Basile divenne ufficiale. ‘Baso, alzati e parla alla squadra – furono le parole di Repesa. “In quel
modo – ricorda Basile – Repesa mi fece capire l’importanza del capitano, dell’esempio che doveva
dare. Mi ha fatto capire cosa significa essere leader”.
Repesa ha anche ricordato le qualità di quella Fortitudo targata Climamio, specialmente nella fase
finale del percorso che ha portato allo Scudetto: “Non ho mai visto una squadra così unita: dopo
l’infortunio di Vujanic, la squadra era senza point guard e Gianluca ha saputo ricoprire quel ruolo,
con l’aiuto di Rodolfo Rombaldoni. Eravamo pochi ma ognuno sapeva che doveva giocare e
prendersi più responsabilità. A quel punto non si poteva perdere, mentalmente eravamo fortissimi
dopo tanti anni di esperienze e di sconfitte. Quello Scudetto è stato il momento più bello della mia
carriera da allenatore, per la crescita dei giocatori, per il gruppo nonostante un budget non
altissimo”.
C’è spazio, infine, anche per un ricordo dell’eroe di quella Gara 4, il compianto Ruben Douglas:
“Uno straniero che si era inserito così bene e velocemente in una squadra italiana è davvero raro
da trovare. Poi mi ricordo che non faceva mai la doccia (ride, ndr). Scappava dagli spogliatoi e
andava a casa… mi ricordo come mi ‘minacciava’ dopo alcuni allenamenti duri con i suoi serpenti, i
pitoni, di cui avevo paura”.