Può essere scambiato per cinismo e freddezza ma ha il fuoco dentro e lo si percepisce sin dalle prime parole
Il neo allenatore della Fortitudo Bologna, Attilio Caja e anche oggi, venerdì 18 agosto, nel caldo della sala Blu della storica Furla di via San Felice, durante la conferenza di presentazione della stagione non si è fatto mancare tali caratteristiche. “Ringrazio la società, rivedo con piacere Calamai che conosco dai tempi di Pavia, ringrazio i ragazzi della Fossa che mi hanno omaggiato della sciarpa e ringrazio Gentilini che ad inizio trattativa non c’era e mi ha accettato a scatola chiusa.
Io sono a mio agio, la pressione non esiste quando si parla di sport, il mio compito è quello di creare una realtà rispettata, dobbiamo essere una squadra antipatica, le avversarie non devono aver voglia di affrontarci, noi siamo la Fortitudo, con questo tifo il campo dev’essere veramente in discesa.”
Così in apertura di conferenza, facendo trasparire l’orgoglio nell’essere atterrato in una piazza che vive di pallacanestro e che non può prescindere dall’impegno quotidiano che lui e i suoi ragazzi devono mettere sul campo.
Prosegue poi rispondendo, a testa alta e con grande soddisfazione, alle domande di chi gli chiede un analisi sul roster: “Partire da Aradori e Fantinelli è stato veramente un fatto positivo, il compito di un allenatore è quello di mettere in risalto le qualità buone mascherando quelle meno buone. Aradori sarà la nostra prima punta offensiva. Avere Matteo come playmaker, ci ha spinto a puntare sui 2 stranieri sotto canestro. La scelta degli 11 senior ci serve per alzare il livello degli allenamenti, i giovani possono aiutarci ma soprattutto negli esterni.
Poi volevo giocarmi la scommessa Luigi Sergio, giocatore dal livello morale e dall’esperienza enorme, è evidentemente una scommessa, lui stesso sa che il suo contratto dipende molto dalle sue condizioni. In generale con me, chi fà gioca, chi non fà, sta seduto (a buon intenditore poche parole, ndr). Ogden io penso sarà un po il nostro termometro, il nostro 4, negli esterni sono convinto che siamo coperti, ho fiducia in tutti”.
Storicamente, durante la propria carriera, passata per grandi piazze della pallacanestro italiana, le armi che più l’hanno contraddistinto, stanno nella durezza degli allenamenti, nella capacità di alzare il livello di aggressività difensiva, nel non guardare in faccia nessuno e nella grande voglia di vincere, così, anche a chi gli ha chiesto l’approccio che avrebbe attuato, ha risposto: “Io sono allenatore aggressivo e voglio giocatori aggressivi, a 62 anni sono questo e la squadra deve essere in grado di seguirmi. Io sono veramente felice, sono convinto che faremo una grande stagione, con il lavoro giornaliero in palestra ci toglieremo soddisfazioni. Siamo in una bella città, in una grande squadra, con un grande seguito e non possiamo lasciare nulla al caso, ogni giorno dobbiamo sbatterci per rendere orgoglioso chi ci segue, poi si può vincere o perdere, ma l’impegno, quello no, non può mancare. La squadra che si sbatte, vuol dire che è una squadra che ogni giornata aggredisce l’avversario, che attacca, che non subisce, che stressa la difesa avversaria e sbuccia le ginocchia alla propria. Ogni movimento sul campo dev’essere aggressivo. Anche in allenamento, se io chiamo i giocatori, loro devono venirmi incontro correndo. A cosa porterà questo non lo sa nessuno, strada facendo ci accorgeremo di quello che sarà e quindi parlare di obbiettivi è difficile, perché il campo parlerà e va bene parlare di Serie A, noi non giochiamo per perdere, però le cose possono andare in mille modi, ma è ovvio che io sia qui per vincere sempre, poi se c’è qualcuno più bravo di te, meglio per lui”.
Vietato parlare di attitudine, vietato parlare di propensione offensiva e vietato battezzare giocatori per un solo aspetto del gioco, Attilio pretende massimo impegno da tutti, a prescindere dalle caratteristiche del singolo: “Adesso i giocatori sanno fare tutto, non esistono più i giocatori da metà campo, è ovvio che i giocatori abbiano caratteristiche prevalenti ma in generale, tutti sanno fare tutto. Fantinelli è sia giocatore di corsa che di ragionamento. Aradori è sicuramente un giocatore molto importante a metà campo, ma dovremmo essere bravi a metterlo nelle condizioni di poter alzare il livello difensivo. Noi dobbiamo sempre e comunque mettere pressione agli avversari. Panni è stata una scelta, quando ho iniziato a pensare alla squadra, pensavo che un americano in quel ruolo fosse un po’ sacrificato. Ho fiducia in Bolpin e Panni che sono giocatori che non tolgono spazio agli altri. A quest’ultimo è importante togliere il pensiero della gestione della squadra, per quello abbiamo pensato a Giordano come vice Fantinelli, spostando Alessandro al ruolo di guardia”.
Voce del verbo trasparenza per il coach che non fa mistero del proprio modo di allenare e permette a chiunque di poter seguire la squadra a 360 gradi, non soltanto la domenica, le cui dinamiche possono risultare inflazionate da quello che succede all’interno del rettangolo di gioco: “Io nella mia vita ho sempre fatto allenamenti a porte aperte, e non capisco cosa ci sia di sbagliato, se qualcuno vuole vedere è giusto che vedano, quindi si, mi piace tanto vivere la città e non vedo l’ora di essere fermato per strada, per coinvolgere la gente bisogna avvicinarla, non allontanarla. È importante dare la possibilità ai fedeli di conoscere la squadra anche al di fuori dei 40 minuti ufficiali, per capire certe dinamiche, per vedere l’impegno nel quotidiano”.
Quando si riparte da zero, dopo anni di buio pesto, condizionato da follie extra campo che di fatto hanno allontanato amore e fedeltà, non è mai facile decidere a chi appoggiarsi per governare una nave alla prima crociera della sua vita. Spesso, a gestirla al meglio, risulta essere un generale, una persona esperta con pochi peli sulla lingua e poca paura di affrontare un oceano pieno di sali scendi dovuti ad onde che necessitano di tempo prima di placarsi. Sotto questo aspetto, Attilio Caja, dà un senso di appartenenza, serenità e tranquillità, tutto ciò che serve, alla “nuova” Fortitudo, per voltare pagina ed iniziare un nuovo capitolo della propria storia.
Matteo Cuppi