Gigi Datome è stato intervistato al podcast di Gianluca Gazzoli “BMST”, tanti i temi toccati dall’ex giocatore di Milano e Fenerbahce, queste le sue parole:

“Ho vissuto un’estate dove questo fiume di amore e di affetto che mi ha quasi imbarazzato. Ho avuto la fortuna di poter scegliere quando smettere, o è successo un infortunio da cui non ti riprendi, o un infortunio che ti logora o non riesci a trovare la squadra, finire di giocare è una parte delicata della carriera. Fare un finale così non potevo chiedere di più.

Sul ritiro: “Da qualche anno avevo l’idea che quella poteva essere la mia ultima stagione, mi ero sempre ripromesso che se non avessi avuto un obiettivo avrei dovuto smettere. Negli anni però andavo avanti e c’era sempre qualcosa da andare a prendere, quest’anno incominciavo a sentire di non essere all’altezza delle aspettative mie e questo era qualcosa che mi faceva stare male. Durante l’anno ho detto “ci siamo quasi, finisco l’anno e poi al termine della stagione prendo una decisione”. Quando mi hanno dato l’MVP ho detto quà qualcuno dall’alto mi ha detto “Io ti do quest’occasione tu prendila e poi chiudi la tua carriera. Non è stata una decisione dall’oggi al domani, ma che ho ponderato. Il lavoro più duro è stato convincerlo che mi sarei dovuto ritirare al termine di questa stagione”.

Gli inizii ad Olbia “Mio padre è ancora presidente della Santa Croce, mio cugino giocavo a basket ed andavo a vederlo giocare, le sfide con mio fratello in cameretta, gli highlights dell’NBA il venerdì. La pallacanestro era il divertimento. Un giorno ad Olbia a Pasqua, io prendo il mio borsone per giocare al campetto con Ricky Fois e due miei amici dell’epoca, facevamo i nostri due contro due. Mio padre mi chiese dove andavo e risposi al campetto, lui prontamente mi disse “Diventerai un grande campione”. Mio padre non aveva mezze misure, mia madre era più equilibrata”.

Il passaggio a Siena:  Il tentativo vero l’ho preso quando sono andato a Siena a quindici anni. Mi allenavo con la serie A e con le giovanili dove c’era l’U20 e la Juniores. Tante ore in palestra e tante aspettative su di me ed ho detto proviamo a fare questa vita e vediamo se mi piace. Mi è piaciuta subito, ora capisco il sacrificio perchè dopo questo la famiglia si è spaccata a metà, mia madre è stata fondamentale agli inizii poi già il terzo anno vivevo da solo. Lì ho capito dove ero arrivato ma non sapevo su quanto sarebbe continuata”.

L’arrivo a Roma: “In cinque anni sono cresciuto piano piano, l’ultimo anno è stato quello che mi ha fatto fare il salto della carriera. A Roma la squadra era intorno a me, lì c’era proprio feeling per il gioco”.

L’esperienza al Fenerbahce: Al Fenerbahce cercavo di mettere il mio talento in un contesto vincente con tanti giocatori di altissimi livello intorno, con un allenatore straordinario come Obradovic. Le aspettative erano alte, il contesto anche e dunque lì c’è stata la mia versione migliore di me”.

La parentesi in NBA: “Se ne parlava perchè a Roma ero stato MVP del campionato quell’anno. Tramite il mio agente avevo saputo che c’era la possibilità che venivano a vedermi, io non mi ero fatto troppe illusioni ed ero concentrato a fare bene. Dopo il campionato con la free-agency mi chiamarono, anche lì ho avuto la fortuna di scegliere ed avevo scelto Detroit perchè mi aveva offerto due anni di contratto. Partire dalla Sardegna è difficile, dare il messaggio che è possibile è stato riconosciuto con una festa che si è celebrata ad Olbia. Mi ha fatto effetto vedere la mia maglia dei Boston Celtics, essere uno di loro è stata una cosa pazzesca. Lì ho preso il 70 perchè era uno dei pochi disponibili, lì ho iniziato a giocare ed ero uno delle squadra, sono diventato un beniamino ed anche lì ho avuto grande affetto”.

Sull’aver giocato per allenatori come Ettore Messina ed Obradovic: “Mi hanno lasciato mal di schiena, gli anni con loro sono come quelli dei cani. In realtà non ho smesso a 35 anni ma a 48 anni. Sono allenatori che ti spingono al limite mentale, chiedono un’attenzione alla massima potenza, quando arrivo alle finali non devo fare un ulteriore forza. Ti spingono a cercare questa perfezione che non esiste nella pallacanestro. Alla fine però questo ha pagato perchè ho vinto quindici titoli e mi sono divertito”.

Gli incontri con Kobe Bryant: “Una cena a Roma con lui grazie a Bargnani, averlo a capotavola, parlarci. Kobe per noi è stato più di Jordan, perchè non lo abbiamo vissuto molto”.