Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo scritto di Matteo Cuppi, tifoso Fortitudo e conduttore di un programma “Con la F sullo scudo” a Radio Basket 108. Pensieri che esprimono alla lettera lo stato d’animo del popolo fortitudino, tra chi resiste per amore e chi ha fatto un passo indietro per lo stesso motivo, ma si sente sfiduciato, senza speranza, privato anche del diritto di sognare.
Il sogno che ha sempre alimentato la lucida follia di in sentimento unico. E ora fatica a librarsi e volare, come dovrebbe fare un’Aquila, specie quella, nel basket, per eccellenza ed antonomasia. (Fabrizio Pungetti)

di MATTEO CUPPI

Si stava meglio quando si stava peggio

Il fortitudino non è un individuo complicato.

Forse per storia, status e risultati pregressi, il fortitudino non ha mai preteso.
Sarebbe stato semplice durante gli anni presieduti dall’emiro farsi condizionare e viziare da una situazione verosimilmente surreale e fin troppo ambiziosa. Il tifoso biancoblu invece, per caratteristiche e un po di sano masochismo, no, è sempre rimasto lì, e più le cose peggioravano, più la fede cresceva. Beata ignoranza.
Semplifichiamo dicendo che per “disappassionare” un cuore biancoblu servirebbe davvero una titanica impresa di distruzione…. La strada è quella giusta….

Facciamo un passo indietro..

È il 10 maggio del 2009, quando la Fortitudo accompagnata dalla solita, inesauribile folla, cade a Teramo, segnando così, in maniera definitiva, la fine di un ciclo (che evidentemente finì prima, con l’addio di Seragnoli) chiamato Serie A.
Non contenti, non ci si iscriverà alla Legadue e grazie ad un doppio salto carpiato, si finirà in A Dilettanti.

Niente panico, si piange, ci si dispera, ci si abbraccia, ma poi ci si ricorda l’appartenenza caratteriale, e ci si rialza.

Si vincerà poi quel campionato.
Dopo 5 clamorose partite contro Forlì, a decidere la promozione fu un impiccato tiro di Malaventura.
Che bello, che emozioni, che entusiasmo intorno a quella squadra, che gioia…

…Per un mese… Si perché neanche il tempo di prosciugare la bottiglia di spumante, ed eccola lì, la stangata definitiva.
La Comtec infatti, stabilì che la Fortitudo, non aveva i requisiti necessari per iscriversi tra i professionisti e a luglio 2010 la compagine bolognese ripartì dal dilettantismo regionale.

Si entrerà in un triennio di sparizioni, rinascite, confusione e boiate, in cui anche la tifoseria si spaccò in due.

Fino al 18 giugno del 2013, data in cui, come citó anche la Fossa dei Leoni durante la prima partita di quella stagione, con un roboante “Post Fata Resurgo”, l’Aquila tornò a volare e portò con se talmente tanti aquilotti, da strappare selfie a giocatori avversari che mai nella loro carriera avrebbero pensato di giocare in un contesto così altisonante.

Da qui in avanti, il fortitudino, nonostante le leghe di basso calibro, inizierà ad affrontare ogni stagione con un entusiasmo e una voglia tale, che lo scrivente fatica a ricordare anche durante gli anni di fasti e glorie.
Anno dopo anno, il bisogno di accodarsi per sottoscrivere l’abbonamento stagionale, a prescindere dai 40 gradi che solo il sole di luglio riesce a generare, diventa fisiologico, quasi nevrastenico, perché la sensazione è quella che si stia andando nella direzione giusta, che la Fortitudo stia tornando dove merita di stare.

La società si prende il suo tempo, sbaglia anche, ma, tra un progetto giovani abortito e iperboliche strategie per riempire la vetrina, alla fine, nel 2019, eccola li, bella come non mai, la serie A.
Dopo 10 anni la Fortitudo torna in serie A. È la chiusura di un cerchio. Si crede e spera, ahimè non sarà così.
La consapevolezza è evidentemente quella che non la si affronti con le ambizioni dei primi anni 2000 ma poco importa, lo spirito è quello di un bambino che entra a Disneyland per la prima volta.

Umiltà è la parola d’ordine con cui viene affrontata la prima, positiva, stagione, interrotta poi da quel maledetto virus che tanto male ha fatto in ogni angolo del pianeta.

Non serve scomodare il premio nobel di economia per rendersi conto dei disastri finanziari che la pandemia ha causato, tra le altre, alle società sportive. Per la società Fortitudo (unica fare campagna abbonamenti, corrisposta dalla sua gente che mai ha chiesto rimborsi, invero annunciati dal club, ma perdutisi tra le tante, troppe parole) però, questi disastri hanno un peso ben più specifico, soprattutto nelle sinapsi di chi comanda il giochino.

Buio. A partire dall’estate 2020, si entra in un vortice di sciocchezze e negatività che nulla di buono fa presagire, e nonostante il “vedi sopra” relativo al fortitudino, la società comincia a darlo per scontato.
Nonostante la consapevolezza inerente al fatto che non si sarebbe potuti assistere ad una singola partita l’anno successivo, il cuore biancoblu non si comanda e ci si abbona.
La squadra si salverà quella stagione, ma la successiva, sarebbe stata quella della fine. Di nuovo. Oblio.

Inutile stare a raccontare dove si è oggi e come ci si sia arrivati. Ora è il momento di dire la verità.
Ora è il momento di dire basta e di aprire gli occhi.

Beh vedete, io sono un tifoso, ma prima di tutto sono un uomo, con un orgoglio e una coscienza e per quanto consapevole del fatto che mai smetterò di mangiarmi il fegato per questi colori, comincio ad essere un po irritato.
Rubo una frase a persone sicuramente più rilevanti dello scrivente.

“CHE FUTURO HA LA FORTITUDO?”

Il bimestre che coinvolge maggio e giugno 2022 è ricoperto da inquietanti ombre e sfumature di negatività, tra promesse mai mantenute e un agenzia delle entrate che bussa alla porta. Non stupisce che l’unico ad accettare di prendersi in mano una tal responsabilità risponda al nome di Luca Dalmonte, fortitudino doc.

Oggi, la sensazione è quella di sentirsi ostaggio di una situazione paradossale testimoniata da una squadra (nonostante i tardivi tempi tecnici estivi), costruita in maniera tutto sommato accettabile (ma non come potrebbero permettere le potenzialità di tradizione, seguito, risorse, specie a confronto con chi, con molto meno, però ha di più e sta ai piani alti da tempo: mistero) che però, tramite dichiarazione ufficiale delle alte cariche, non punterà alla serie A per almeno 2/3 anni.

NON DITELO. In un clima di sfiducia totale, creatosi intorno al campo, non è necessario dare adito e buttare benzina sul fuoco alimentando così una fiamma già, pericolosamente, verticale. Sarebbe il caso di voltare pagina e ripartire ex novo. Ne prenda atto, di fronte a una totale perdita di fiducia a tutti i livelli, l’attuale dirigenza.
E se c’è, come si dice sotto i portici, e spesso la verità dei portici colpisce nel segno, chi è disposto a farsi avanti, ma alle condizioni giuste, batta un colpo e lo faccia sapere.

Sono fortitudino, non sono un individuo complicato, non scenderò mai da quel traliccio con vedetta sul campo, non smetterò mai di cantare e sanguinare biancoblu.. Ma vorrei risposte. E soprattutto le merita, gli sono dovute, il popolo dell’Aquila.

Si stava meglio quando si stava peggio.

Matteo Cuppi