Milano conosce bene la storia di Alessandro Meszley, il quindicenne morto nel maggio del 2017 su un campo da basket del parco di via Dezza, stroncato da un attacco cardiaco mentre stava giocando con gli amici. Una tragedia improvvisa, capace di cambiare per sempre la vita dei genitori, Laura Scolari e Giorgio Meszley, che da allora hanno scelto un gesto semplice per tenere vivo il suo ricordo: lasciare un girasole sulla rete che circonda quel campo. Il fiore preferito di Alessandro, un simbolo di luce in un luogo che per loro ha smesso di brillare.
Otto anni dopo, quei girasoli sono diventati più di duecento. Un rituale affettuoso, rispettato da chi conosce la storia e ormai parte integrante del paesaggio del parchetto. Ma nelle ultime settimane qualcosa si è incrinato. Quei fiori hanno cominciato a scomparire sempre più spesso, strappati da mani ignote. E al vandalismo materiale, già di per sé doloroso, si è aggiunto un gesto ancora più crudele.
La signora Laura, notando la frequenza crescente degli episodi, aveva deciso di tornare ogni giorno al campo portando un nuovo girasole. Questa volta accompagnato da un biglietto: «Non strappatemi. Non mi sono più rialzato dopo essere caduto su questo campo. Questo girasole mi ricorda. Grazie, Alessandro».
Un messaggio semplice, composto, che non chiedeva altro che rispetto. Ma l’anonimo responsabile degli strappi ha scelto di replicare in modo ignobile. Sul biglietto, con un pennarello nero, ha scritto: «Se tutti mettessero un fiore per ogni morto, Milano sarebbe una pattumiera».
Parole che hanno lasciato senza fiato i genitori del ragazzo e l’intero quartiere, dove da anni la storia di Alessandro è conosciuta e condivisa. Una ferita che si riapre, non solo per la mancanza di pietà verso una famiglia colpita da un dolore incancellabile, ma per l’insensibilità verso un luogo pubblico diventato spontaneamente memoriale.
L’episodio, raccontato dal Corriere della Sera, ha suscitato indignazione e solidarietà. Molti residenti hanno espresso vicinanza alla famiglia Meszley, sottolineando come quel fiore non rappresenti un’ingerenza nello spazio comune, ma un atto di amore che non toglie nulla a nessuno. Un modo per rendere più lieve l’assenza di un figlio che lì aveva sorriso, corso, giocato le sue ultime ore.