In Basket Magazine 117, in edicola in attesa del prossimo BM 118, l’editoriale del direttore Mario Arceri si muove tra l’emozione del ricordo e la lucida consapevolezza del presente, tracciando il ritratto di un basket in profonda transizione. Dalla commossa celebrazione del mito intramontabile di Oscar Schmidt all’analisi delle prime, storiche sentenze del campionato tra promozioni e retrocessioni, il quadro è quello di un movimento sospinto da passioni genuine ma anche proiettato verso imminenti svolte epocali, come il dibattuto sbarco del progetto NBA Europe. Un fermento sportivo che Arceri non esita a far dialogare con la realtà, puntando i riflettori sulle contraddizioni e sulle gravi tensioni dello scenario globale che inevitabilmente proiettano la loro ombra anche sui campi di gioco.
L’Editoriale di Mario Arceri
Se vi capita di passare per Caserta, per visitare la bellissima Reggia disegnata da Luigi Vanvitelli o vivere le suggestioni artistiche, paesaggistiche e, perché no, gastronomiche di Caserta Vecchia, provate a chiedere chi era Oscar Daniel Bezerra Schmidt. Sono trascorsi 36 anni da quando lasciò la città, un’enormità per una società come l’attuale nella quale il tempo vola a velocità sempre maggiore bruciando ricordi, memorie, testimonianze. Eppure non troverete nessun casertano che non sappia raccontarvi nei dettagli vita splendida, morte purtroppo recentissima, e miracoli sportivi del più grande cestista di ogni tempo. Nemmeno tra i più giovani che non l’hanno mai visto ma che di lui sanno tutto per i racconti dei più grandi, padri e nonni, che manco Maradona. E, d’altra parte, el “Pibe de Oro” spesso e volentieri andava al PalaMaggiò a vedere la “Mao Santa” del basket.
Probabilmente la Campania non è stata mai tanto Felix, sportivamente parlando, quanto in quegli anni ottanta. Merito di un geniale piccoletto argentino che con i piedi faceva miracoli con il pallone infiammando a Napoli il San Paolo (che ora è intitolato a suo nome) e di un gigante di 2.05, brasiliano, che incendiava a Caserta il PalaMaggiò (ora distrutto) e che, canestro dopo canestro, avrebbe battuto ogni record, Oscar. Il campione brasiliano si è spento il 17 aprile a 68 anni, anche con una punta di egoismo peraltro comune in tutti i grandi tiratori, arrivando a sfiorare i cinquantamila punti in carriera (49.737 per l’esattezza) prima che giungesse LeBron James a superarlo nel 2024.
Ma sarebbe riduttivo parlare di Oscar e ricordarlo soltanto per quella sua mano benedetta e quasi infallibile, definizione che accettava sorridendo per poi precisare subito: “ma anche tanto allenamento”. Oscar va ricordato per la sua umanità, for la simpatia, per la sua solare capacità tutta brasiliana di entrare in sintonia con chiunque, dai compagni (quasi tutti) ai tifosi, alla gente comune incontrata per strada. Mai insofferente (qualche volta con gli arbitri), negli otto anni trascorsi a Caserta era riuscito a catturare il cuore di un’intera città, soffrendo enormemente quando giunse il momento dell’addio, per motivi tecnici, perché da allora, 1990, continuò a giocare per altri tredici anni e a bucare allegramente retine.
A Caserta, in A2, lo aveva portato Bogdan Tanjevic, uno che di talenti se ne intendeva al punto da fare esordire a 15 anni Nando Gentile e, l’anno dopo, un altro adolescente, Enzo Esposito, tanto per chiarire cos’era la Juvecaserta di quegli anni, i primi degli Ottanta. Inizialmente gli aveva affiancato l’esperienza di Slavnic, utile per conquistare la massima serie insieme ai canestri di Oscar che ci mise davvero poco ad impadronirsi della fantasia dei tifosi di pari passo con i risultati crescenti della squadra culminati in due finali scudetto.
Oscar capiva quanto fosse importante comunicare bene: il suo rapporto con i mezzi di informazione sempre aperto e sincero, nessuna difficoltà a raccontarsi, il piacere anzi di rievocare aneddoti e fatti curiosi, di condividere una risata, stabilendo un contatto umano prima ancora che professionale. Di lui, ora che se ne è andato, stroncato da un tumore al cervello contro il quale aveva lottato per molti anni ritardando almeno la fine, ho ricordi, difficili da raccontare, per una amicizia portata avanti nel tempo anche lontano dal campo e dall’Italia. Tornano alcuni flash, Seul 1988 quando scese dal pullman della squadra per salutare lui il giornalista incontrato così lontano da Caserta dove il rapporto era pressoché quotidiano, Rio de Janeiro 1995 quando era stato eletto “presidente” del Carnival di quell’anno, Istanbul 2010 in occasione del suo ingresso nella Hall of Fame della Fiba e della consegna degli Order of Merit della Federazione Internazionale, e poi tutte le volte che è tornato a Caserta non mancando mai a premiazioni o rievocazioni anche solo per riascoltare il canto dei tifosi, quell’O surdato ‘nnamurato che “mi mette i brividi ogni volta che lo sento, colonna sonora affascinante e indimenticabile degli otto anni che ho trascorso qui”, e da dove lui non sarebbe mai voluto andare via.
Oscar che aveva rifiutato la Nba anche per non lasciare la Nazionale come sarebbe stato costretto a quei tempi (326 presenze e 7693 punti, miglior marcatore in tutte le 5 Olimpiadi disputate), nella piccola Caserta aveva trovato la sua dimensione insieme a Maria Cristina Victorino, sposata nel 1981 l’anno prima di trasferirsi in Italia, che ha avuto anche nella crescita del giocatore un ruolo fondamentale. “Ci siamo conosciuti a 17 anni e l’ho trascinata subito in palestra, ogni giorno. Io tiravo, non me ne andavo mai se prima non segnavo almeno 100 tiri consecutivi, il che significava farne 400 o 500. Maria Cristina era lì, sotto canestro, a recuperare il pallone e a ridarmelo per il tiro. Con tanto amore, come avrei potuto non sposarla?”.
E anche questo spiega come Oscar abbia potuto raggiungere traguardi inimmaginabili: la sua maniacale ricerca della perfezione, la ripetitività dell’esercizio, la cura della postura che gli aveva impresso il suo primo istruttore, fino a far diventare il tiro una ripetizione meccanica del gesto che indirizzava immancabilmente il pallone nel canestro. La cifra del vero campione ricordando Drazen Petrovic e i 600 tiri quotidiani nella palestrina di Sebenico. Il suo gesto, il braccio alzato tornando in difesa dopo la realizzazione del tiro, è diventato iconico, il tratto identificativo di un campione senza tempo (una carriera di 29 anni, dal 1974 al 2003, dal Palmeiras al Flamengo senza mai abbassare le sue percentuali) che ora se ne è andato, a soli 68 anni, ma che ci ha lasciato un’impronta profonda e indelebile: la sua amicizia e la sua allegria, ma soprattutto quegli anni fantastici che hanno regalato a Caserta la sensazione di essere al centro del mondo. Del basket, si intende.
STAGIONE AL TERMINE, LE PRIME SENTENZE riguardano la promozione di Scafati in Serie A e la retrocessione di Sassari mentre si è aperta la riffa dei play off che, come sempre porta ad indicare in Virtus e in Olimpia le candidate allo scudetto, ma che stavolta con meno certezze. Perché alla continuità espressa per l’intera stagione dal Brescia di Cotelli, coach esordiente, che potrà disporre fino alla fine del contributo di quel Ndour che invece mancò nelle ultime due gare di finale un anno, unisce un organico che gli consente di proporsi di diritto come terzo incomodo. C’è poi Venezia costante nella sua posizione di attesa e si aggiunge l’aggressività espressa da Reggio Emilia alla quale Priftis ha impresso un ritmo da F1 dopo un avvio più che deludente. Penultima a dicembre, play off conquistati di prepotenza con una lunga striscia di vittorie e un marchio di mina vagante che potrebbe anche deflagrare dando alla post-season un indirizzo clamorosamente diverso dal previsto. E poi Tortona, mentre sorprende un po’ la presenza di Trieste, talmente meritata da far sembrare incredibile che il suo proprietario possa abbandonarla al suo destino.
Ufficiale l’addio di Vanoli, Cremona perde la sua squadra di elite protagonista anche quest’anno di una più che soddisfacente stagione: nei prossimi giorni, probabilmente già prima che questo numero di Basket Magazine sia in edicola, il Consiglio Federale comunicherà ufficialmente quello che si sta attendendo ormai da mesi: il trasferimento del titolo a Roma, ma soprattutto le modalità dell’operazione e la conferma dell’identità del nuovo soggetto che tenta la non facile avventura nella Capitale, in una piazza altamente scettica per definizione, il cui cuore cestistico batte essenzialmente per la Virtus Roma che ha buone probabilità di essere promossa in A2, che per storia e per natura diffida da chi arriva da conquistatore.
Sarebbe la conferma che il progetto NBA Europe sta mettendo radici, anche se ancora sono per lo meno nebulosi i confini in cui dovrebbe realizzarsi, anche perché, pur difficili, i rapporti con Euroleague non sono stati chiusi del tutto.
A queste operazioni è ovviamente interessata e coinvolta la LBA. Da sessant’anni (inizialmente come Unione delle società, per trasformarsi quattro anni più tardi in Lega) rappresenta le società del massimo campionato. La cifra tonda ci ha suggerito uno speciale su questo lungo periodo nel quale non sono mancati battaglie, attriti, ma anche collaborazione con la FIP. Il Presidente, Maurizio Gherardini, ha accettato di essere presente con un suo intervento (pag. 28) ricordando il tempo in cui la Lega era leader in Europa, le difficoltà di lungo periodo dopo gli anni novanta, ma anche le molte iniziative soprattutto sotto il profilo culturale e della comunicazione di cui l’organismo si sta rendendo protagonista per un rilancio della nostra pallacanestro. Un’analisi sincera, lucida e precisa che offre una lettura importante per comprendere cos’è oggi il basket italiano nell’imminenza delle svolte epocali che l’attendono.
Scafati torna in Serie A guidata da Frank Vitucci che tuttavia sembra deciso a lasciare la panchina campana con destinazione Venezia dove Neven Spahija veleggia verso l’addio al termine dei playoff. L’addio doloroso alla Serie A è invece quello della Dinamo Sassari dopo sedici stagioni nelle quali con Sacchetti e Pozzecco ha vinto uno scudetto, due volte la Coppa Italia e la Supercoppa, la Fiba Europe Cup nel 2020, ultimo successo italiano in una manifestazione europea. L’augurio è di un pronto ritorno nella massima Serie, ma non sarà facile come stanno dimostrando l’equilibrio della stagione e le sorprese nei play off della A2.
LONTANO DAI CAMPI DI BASKET c’è molta meno serenità. La guerra in Medio Oriente ha generato una crisi globale probabilmente non prevista da chi ha accolto l’invito di Israele nell’andare a bombardare l’Iran. Paese canaglia, senza alcun dubbio, ma la politica degli omicidi mirati dei leader antagonisti, come anche la terminologia che viene usata alla Casa Bianca, fa un po’ ribrezzo anche perché non hanno portato risultati concreti, e soprattutto rapidi, né a Teheran, né a Beirut, né a Gaza dove, nel silenzio generale, i bimbi e le donne palestinesi continuano a morire attendendo che il cosiddetto Board of Peace trovi il tempo di curarsi di loro (e forse è meglio che non lo faccia).
Non si può non parlarne, non si può chiudere occhi e orecchie per non vedere e soprattutto non sentire quello che accade: le conseguenze le viviamo sulla nostra pelle e ce ne stiamo ancora chiedendo il perché con l’antico e sempre attuale “cui iuvat”.
Se lo sarà chiesto anche papa Leone che in queste ultime settimane e dopo quasi un anno di pontificato silente è diventato più popolare di Yannick Sinner per i ripetuti attacchi volgari e blasfemi che gli ha rivolto Trump e per la ferma serenità con cui ha risposto. A fianco pubblichiamo l’immagine di un murale a Roma che ritrae Leone con un pallone da basket in mano: non a caso è stato collocato in Via della Pace, quella pace che il Pontefice predica come unico invito che possono esprimere il Vangelo e il rappresentante di Dio sulla terra. Ed il pallone: piace pensare che il messaggio sia “le uniche bombe accettabili sono quelle da tre punti”.
Tra tregue dichiarate e spezzate, tra proclami di vittoria e minacce, tra incontri diplomatici che non portano a nulla, la sensazione è che si sia fatto tanto rumore per nulla: un altro Khamenei al governo, tante vite innocenti spezzate dai bombardamenti, una repressione nella società iraniana ancora più feroce, il Medio Oriente in fiamme, ferite geopolitiche difficili da ricucire, il mondo intero in crisi. Per l’ego sconsiderato di qualcuno che da piccolo non deve aver giocato abbastanza con i soldatini di piombo.