Citius, più veloce: Marcel Jacobs, Altius, più in alto: Gianmarco Tamberi; Fortius, più forti: Zanni, Pizzolato, Giorgia Bordignon, chi s’aspettava tante medaglie dal sollevamento pesi? Infine, “insieme”, together almeno finché non ci si mette d’accordo sulla parola latina da utilizzare correttamente per esprimere un concetto – quello di unità nel perseguire un obiettivo comune -che, intanto, la nostra Nazionale di basket sembra aver fatto proprio con successo. 

La citazione del motto olimpico non potrebbe essere più adeguata per illustrare la fantastica giornata dello sport italiano che, in soli dieci minuti, si è risollevato dalle secche di questa prima settimana e dalla conclusiva delusione della scherma – per quanto riguarda il numero delle vittorie assolute, appena due – per renderci i più veloci al mondo con l’incredibile impresa dello sprinter azzurro sceso in ventiquattro ore da 9”95 a 9”83, infine al 9”80 con cui ha vinto i 100 metri, primo italiano non solo ad approdare in una finale olimpica, ma a conquistarne l’oro. Appena pochi minuti dopo che, salendo a 2,37, Gimbo Tamberi ci aveva anche fatto capire di essere i più alti al mondo. E a chi conosce Gianmarco e quindi comprende il motivo della gioia sfrenata dopo un successo che cancellava anni di dolori, di delusioni e di sacrifici, non sarà sfuggito dopo il salto dei 2,35 il gesto mimato del tiro da tre punti, tra l’altro con un perfetto movimento della mano di rilascio dell’ipotetico pallone: un omaggio all’altro sport che ama, tra l’altro in condivisione con Paltrinieri.

Per un giorno o per poche ore ci siamo riconosciuti i più veloci, i più forti, quelli che possono salire più in alto di tutti: sarebbe bello se potesse essere la metafora del nostro Paese, ma così non è, a meno di non realizzare, seguendo l’esempio dello sport, anche il quarto elemento del motto olimpico: insieme. E cioè remando nella stessa direzione, cercando di capire come questi ragazzi così vincenti (non dimentichiamo le altre finali raggiunte oggi dagli atleti azzurri migliorando tutti i propri limiti: Sara Fantini e Alessandro Sibilio, mentre Luminosa Bogliolo ne è rimasta fuori ma segnando il nuovo primato italiano) sono riusciti ad andare oltre la pandemia, le difficoltà delle palestre chiuse, inseguendo un grande sogno che per alcuni si è concretizzato nel modo migliore.

Lo insegue anche la Nazionale di basket che la grande impresa l’ha fatta un mese fa qualificandosi per i Giochi a Belgrado. Qui a Tokyo le cose sono andate come dovevano andare: fuori dai quarti di finale Iran. Nigeria, Rep. Ceca e Giappone. L’Italia sulla carta ha fatto il suo dovere battendo Nigeria e Germania, giocando alla pari con l’Australia. Appunto, sulla carta. Ma rileggendo la nostra storia degli ultimi anni, anche queste sono state delle grandi imprese. Che però sono alle spalle, in attesa delle 10,20 di martedì prossimo quando scenderemo in campo contro la Francia per la partita che potrà trasformare la nostra bella e insperata Olimpiade, in un Olimpiade grande e indimenticabile.

La Slovenia ha fatto fuori la Spagna con i rimbalzi di Doncic e i canestri di Cancar, la guardia di Denver, unendosi in prima fascia a Francia, Australia e Stati Uniti. Il sorteggio ha messo di fronte, ai quarti, Usa-Spagna, Australia-Argentina, Slovenia-Germania e Francia-Italia. Verrebbe da dire che, escludendo l’Australia che non avremmo potuto incontrare, evitare Stati Uniti e Slovenia sia stata una buona cosa, ottenendo il sorteggio più favorevole. E probabilmente è così, non dimenticando però che nel match d’apertura la Francia ha battuto gli Usa (che poi si sono ripresi sfogandosi a suon di canestri su Iran e Rep. Ceca) e che ha pur sempre in squadra cinque Nba, tra cui Gobert, Batum e Fournier, ma anche gente come De Colo, Fall ed Heurtel, protagonisti in Europa.

La verità è che a questo livello tutte le squadre hanno qualcosa in più. Sono indubbiamente le migliori, vedremo se Doncic saprà trascinare la sua Slovenia anche a livello olimpico, come già fece, ancora ragazzino, quattro anni nell’Europeo di Istanbul. Vedremo se Durant, Lillard e tutti gli altri, si saranno compiutamente inseriti nel clima olimpico. Vedremo se Sergio Scariolo, da campione del mondo, saprà fare l’ultimo miracolo sulla panchina spagnola prima di tornarsene in Italia. E vedremo se i nostri ragazzi saranno capaci di gettare una volta di più il cuore oltre l’ostacolo, e cioè oltre le lunghe leve di Gobert o le trame di Heurtel e De Colo. 

Finora sono stati più che bravi, giocando senza paura, con quella mente sgombra che gli ha consentito di uscire fuori dai momenti più difficili infischiandone di chi avevano di fronte (per rango, centimetri, peso, titoli passati) per pensare solo a sé stessi, a restare uniti, “insieme”, a spingere per risalire o per andarsene via. I “quarti tempi” dell’Italia in questa prime tre partite sono il simbolo del carattere della squadra, che dopo aver vinto il preolimpico con i suoi “Fab Four”, ha battuto la Germania con Fontecchio, Tonut e lo stesso Gallinari, ha tenuto botta all’Australia ancora con Fontecchio e con Mannion, ha liquidato la Nigeria con un gigantesco Melli, con la difesa di Pajola e Vitali, con i canestri giusti di Ricci, con l’inesauribile voglia di vincere – e di stupire – di Nico Mannion, soprattutto sotto gli occhi del suo assistant coach ai Warriors, Mike Brown. Insomma, per ripetere le parole di Dino Meneghin, “senza la star spocchiosa che, mentre gli altri si sbattono, se ne sta in un angolo a bere sakè”.

Si tratta di ripetere una formula che è difficile da mettere per iscritto, ma che va compresa e metabolizzata, in cui gli schemi disegnati sulla lavagnetta sono un accessorio: giocare insieme, divertirsi, pensare che di fronte ci sono altri uomini, aiutarsi per puntare a un risultato in cui nessuno credeva. Nemmeno i media, in realtà, e il basket meriterebbe sicuramente qualcosa in più, in attenzione, in considerazione, nel racconto delle sue partite, con meno chiacchiere e più notizie pertinenti, ad esempio comunicando i cambi che, nella pallacanestro, hanno un evidente ruolo tattico e magari sopperendo alle lacune della regìa, così parca di informazioni in una grafica che si limita al risultato.

 

Mario Arceri