Ariele Zanella, l’unica donna presente in uno staff tecnico tra Serie A, A2 e Serie B maschili. 

Chi segue il basket USA e ha un po’ a cuore le dinamiche “sociali” prima ancora che sportive, si sarà svegliato l’ultimo giorno del 2020 trovando una gradita sorpresa: coach Popovich veniva espulso durante l’incontro tra i suoi Spurs e i Lakers e affidava la guida della squadra alla sua vice Becky Hammon. Chi scrive non ha sentito l’esigenza e il clamore di celebrare l’evento. Anzi, al contrario, in testa è partita una scintilla, è venuta la curiosità di sapere a che punto siamo in Italia e da lì è iniziata la ricerca.

Tra 106 squadre partecipanti a campionati nazionali maschili in Italia c’è solo una donna fra i vari coaching staff: si chiama Ariele Zanella e allena i Fiorenzuola Bees, che disputano il campionato di serie B nel girone B2.

Abbiamo avuto l’onore e il piacere di fare due chiacchiere con lei.

Chi è Ariele Zanella? Quando ha iniziato col basket? L’incontro con la palla a spicchi e con la lavagnetta.

“Sono Ariele Zanella, ho 28 anni e sono nata a Schio in provincia di Vicenza. Ho iniziato a giocare a basket a 7 anni e ho smesso di giocare a 21. Quando giocavo, pensavo solo a giocare e volevo diventare una giocatrice. Quando ero a Schio, da giocatrice, ho fatto tutto il percorso delle giovanili, con under 19 e under 18 facevamo il doppio campionato con le prime squadre che avevamo in quel momento, abbiamo fatto una serie C, poi serie B (regionale e nazionale), in seguito ho fatto serie B e quella che una volta era l’A3”.

E poi? Cosa l’ha spinta a diventare allenatrice?

“Dopo una serie di infortuni, iniziati molto presto (primo crociato a 14 anni, secondo a 18, rottura della caviglia a 21 con due legamenti e rottura del malleolo) ho iniziato a pensare ad allenare. Anche se in contemporanea avevo iniziato a seguire il minibasket a 18 anni, quando a 21 anni ho abbandonato il basket giocato e mi sono appassionata, piano piano, con i piccoli, ho iniziato il percorso da minibasket ad allievo allenatore, allenatore di base e adesso allenatore.

Poi mia mamma è allenatrice. La prima volta che ho fatto l’assistente è stata a lei, la ringrazio e prendo un sacco di cose da quell’esperienza. Fa l’allenatrice nel Famila e ogni tanto quando avevano dei clinic me li faceva vedere. Tatticamente hanno delle letture che sono difficilissime ed è molto stimolante per un allenatore secondo me essere lì”.

Ariele Zanella

Ariele Zanella
Credits Francesca Solari – Fiorenzuola Bees

Com è arrivata a Fiorenzuola e come si trova a lavorare in questo mondo?

“Questo è il mio primo anno da assistente allenatore in un campionato nazionale. Sono contentissima di fare parte di questo progetto, era il mio obiettivo di quest’anno e ho trovato in Fiorenzuola l’opportunità che stavo cercando sotto tanti punti di vista. Molto sinceramente da una parte ero contenta e lusingata di fare questa intervista, dall’altra mi rendo conto di non aver raggiunto niente nel mio inizio di percorso. È perché sono una donna sostanzialmente, lo dico con il sorriso. Sono estremamente grata a Fiorenzuola perché io non ho il procuratore, mi sono fatta dare il numero del responsabile, mi sono presentata a loro con un semplice colloquio di lavoro, portandomi il mio curriculum con le cose che ho fatto. C’era anche l’allenatore Gianluigi Galetti che ringrazio per avermi voluto nel suo staff e hanno decretato che le mie competenze e una condivisione di progetto che potevano funzionare, mi hanno presa e sono stata contentissima di questo e li ringrazio. Io non mi sono cercata se ero l’unica, se ce ne sono due, perchè è un gioco al ribasso, io ora girando le palestre vedo che non trovi nessuno. Non voglio essere né la prima né l’ultima, spero di non essere la prima, ma non mi sono mai informata. Sto facendo il mio percorso e purtroppo mi rendo conto che non ce ne sono e su quello ne sono consapevole. Però sono contenta di essere arrivata a Fiorenzuola, ho detto subito di sì quando loro mi hanno riferito di essere rimasti contenti del colloquio, io sono stata molto contenta della modalità con la quale mi hanno scelta, con un cartaceo e sentendo la mia esperienza e quello che ho fatto negli anni precedenti”.

Quali sono le sue aspirazioni?

“Come sto facendo nel mio percorso sto facendo le cose per gradi, ho cercato e sto cercando di non fare il passo più lungo della gamba, perchè ho paura di bruciarmi e se ti bruci, lo sappiamo, diventa tutto più difficile. Quindi sto cercando di fare tutti i passaggi. Anche nel settore giovanile: ho fatto minibasket, poi ho preso gli esordienti, poi under 13 e l’anno scorso seguivo l’under 16 e l’under 18. Voglio fare le cose con molta calma, ci credo moltissimo, voglio crederci moltissimo, ma cosa diventerò, dove arriverò, questo non lo so. Di base mi formo e poi, soprattutto da quest’anno, cerco di viverla a 360 gradi con tutte le dinamiche che possono esserci in una prima squadra, dalla gestione del giocatore alla gestione dell’ultimo possesso. La mia ambizione è quella di diventare l’allenatrice di una prima squadra, in che categoria lo vedremo”.

Secondo lei sono le donne a non essere attratte da questo mondo e questi ruoli o è questo tipo di lavoro che non attrae le donne?

“Penso che le donne che vogliono fare questo lavoro ci sono, che sia maschile o femminile, questo è indifferente. La difficoltà è nell’approcciarsi ad uno sport che è visto come maschile; non è danza, non è pallavolo e quindi è visto come maschile. Poi non lo so se è una chiusura, il motivo di fondo non lo so e non lo voglio neanche sapere, perchè sarebbe triste scoprirlo, sta di fatto che purtroppo dobbiamo guadagnarci ogni centimetro per raggiungere qualsiasi obiettivo dobbiamo lottare il doppio e dobbiamo cercare, le persone che lo stanno facendo, di tenere duro. Perchè chiaramente i momenti di difficoltà, anche se sono giovane e ho appena iniziato ne ho incontrati anche io, bisogna cercare di trovare la fiducia, perchè secondo me le donne possono dimostrare che ci stanno e che portano una nuova visione, un valore aggiunto e questo cambiamento secondo me è un passo che secondo me è possibile, ma soprattutto è necessario per il mondo dello sport e in particolare per questo sport”.

Ha incontrato delle difficoltà in questi anni? Ci può dire qualcosa.

“In linea di massima posso dire che sono stata fortunata. Ho sempre preteso nel momento in cui mi sono proposta, perchè sostanzialmente mi sono sempre proposta a delle realtà, sia quando sono tornata a Schio in un piccolo contesto di oratorio, ma prima di sentirmi dire si o no, ho chiesto di essere vista al lavoro. Proprio per togliere qualsiasi dubbio, perchè alla fine ci sono dei pregiudizi, poi però se vedi una persona lavorare è quello che conta. Poi dopo non stai più a pensare “eh si, è una donna, potremmo avere delle difficoltà”. Questa è sempre stata la mia prerogativa, poi su alcune difficoltà adesso che sono ancora all’inizio preferisco non parlare, ma sicuramente ci sono delle cose che mi sono segnata”.

Secondo lei in Italia arriveremo un giorno a non pensare più a una donna in questo ruolo come un’eccezione? Siamo vicini ad essere pronti? Cosa manca per arrivarci?

“Sicuramente non ci siamo vicini e lo dimostra la chiacchierata che stiamo facendo. Siamo pronti? No, visto che non ci siamo vicini non lo so neanche se siamo pronti, sicuramente le realtà, come per me è stata Fiorenzuola, possono dare il cambiamento ed essere promotrici di un cambiamento. Quindi più realtà fanno questo passo e più possibilità c’è di andare verso l’ottica che ci può far dire “non c’è più da parlarne”.

Ariele Zanella

Ariele Zanella
Credits Francesca Solari – Fiorenzuola Bees

Il rapporto con il coaching staff? Di cosa si occupa un assistente allenatore? Ci può dire qualcosa sulla giornata tipo/settimana tipo?

“Io in questo momento storico sono sia assistente allenatrice che educatrice a scuola. Quindi la mia giornata è divisa tra scuola a fare l’educatrice – mi sono laureata in scienze dell’educazione – e la pallacanestro. Insieme all’altro assistente ci occupiamo di fare video analisi per preparare le partite e poi in palestra facciamo lavoro individuale la mattina e poi tutto il lavoro di affiancamento del capo allenatore con proposte piuttosto che gestione dei problemi che ci sono durante la settimana. Quando avevo la squadra in mano da capo allenatrice, per me l’obiettivo era il giocatore e quello che sarebbe diventato a livello di persona, quindi formare ed educare al meglio il giocatore. Chiaramente la parte tecnica è strettamente concatenata, è un legame importantissimo, una volta che trasmetti certi valori poi il giocatore ti dà di più”.

È l’unica donna tra A1-A2-B (106 squadre) a essere in un coaching staff, lo sapeva? Cosa significa per lei?

“Non sapevo nulla, ero consapevole che non fossimo in tante, se mi dici l’unica peggio ancora, non sono contenta di questa cosa. Non lo vedo come un onore ma la vivo come una tristezza. Mi sarebbe piaciuto fare la prima intervista nel momento in cui avrei vinto qualcosa, così sono proprio all’inizio. Spero che questo possa essere incoraggiante per delle ragazze o delle donne che stanno intraprendendo questo percorso”.

Che differenze ci sono con il basket femminile?

“Ho sempre avuto squadre maschili. L’unica eccezione è stata un under 13 femminile. Ho giocato nel Famila quindi per me non esisteva quasi il basket maschile, perchè a Schio vivi il basket femminile ed esiste solo quello. A 18 anni, quando sono uscita di casa ho iniziato ad allenare, mi sono proposta a Mariano Mariani che era all’epoca il responsabile minibasket della Vanoli Cremona e lì ogni weekend sono entrata in un palazzetto di A1 maschile e sono stata catturata dall’atletismo, dal ritmo del gioco, perchè il basket è uno sport meraviglioso, maschile o femminile, quello che mi ha catturato e mi ha fatto scegliere di andare avanti con questo percorso con il basket maschile è l’atletismo, il dinamismo che oggettivamente è diverso.

Per l’esperienza che ho avuto sicuramente la differenza grossa è quella della fisicità e del ritmo del gioco è molto diverso. Adesso sto scoutizzando e di conseguenza vedo come le azioni siano molto più veloci, mentre quando guardavo Schio riuscivo senza bisogno del replay a guardare l’azione e memorizzarla , con la maschile ci sono pochi secondi in cui magari succedono tre cose. Per me la differenza grossa è quella. A livello tecnico no, il gesto tecnico è lo stesso e a livello tattico ho visto la realtà massima femminile in Italia e non ho mai visto la realtà massima maschile in Italia quindi non lo so. Sicuramente, tatticamente le donne hanno un computer in testa. L’ho sperimentato facendo la giovane in serie A non lo so se anche per gli uomini è così. Poi si fanno delle scelte, sarà questione di opportunità, non disprezzo assolutamente il basket femminile, è diverso da quel punto di vista lì, e in questo momento a me attrae di più quello maschile”.

Il rapporto con i giocatori? La ascoltano, si fidano, la seguono?

“Al mio arrivo, il primo giorno di raduno, alcuni ragazzi li avevo conosciuti in estate, altri no e mi guardavano un po’ così; alla fine della prima settimana un giocatore mi prende da parte e mi dice “sono proprio contento che ci sia una figura femminile nello staff ed è la prima volta che mi capita”. Io cerco di usare tutte le mie competenze per essere di supporto al capo allenatore, io in questo momento mi sento ascoltata, come è ascoltato l’altro assistente. Non trovo differenze e sono contenta di questo, non sto trovando, in questo momento, degli ostacoli. Poi chiaramente, se fossi stata un uomo al raduno mi guardavano in un altro modo, sapevano chi era il preparatore, sapevano chi fosse il fisioterapista, avrebbero pensato fossi l’assistente. La fiducia te la devi guadagnare, l’ho visto anche nelle giovanili, non è immediata come se avessi la barba”.

Fuori dal campo di gioco chi è Ariele? Cosa le piace fare? Hobby e interessi?

“Fuori dal campo sono una ragazza che coltiva diverse passioni, mi piace moltissimo leggere e ho la passione per la fotografia e in questo ultimo anno mi sono data alle percussioni africane, lo djembe in particolare. Queste tre sono le mie passioni che sto coltivando, sono una persona estremamente determinata e tenace e quando ho un obiettivo cerco con la massima onestà intellettuale di raggiungerlo”.

Ariele Zanella

Ariele Zanella
Credits Francesca Solari – Fiorenzuola Bees

Chiudo con le parole di coach Popovich rilasciate qualche ora dopo l’espulsione, riferite alla vicenda Hammon, che condivido in toto e per me sono un ottimo manifesto per pensare lo sport e la società nel suo insieme

“Che lei possa allenare per me non è una sorpresa, anche se ho visto che per molti lo è stata, non abbiamo assunto Becky nel nostro coaching staff per fare la storia, l’abbiamo voluta perchè è qualificata per farne parte e ha senza dubbio tutto ciò che serve per allenare nell NBA. Se l’è meritato. Poi capita che sia una donna: dovrebbe essere totalmente irrilevante, ma nel nostro mondo non lo è perchè per tante donne è stato storicamente difficile arrivare a ottenere certe posizioni. Per noi però non è mai stato nulla di particolare: business as usual”.

si ringrazia per la collaborazione e la gentilezza Andrea Franzini (responsabile comunicazione Fiorenzuola Bees) e Ariele Zanella (assistente allenatrice Fiorenzuola Bees)

di Giovanni Agricola