Sinceramente, la vittoria di Madrid sulla Spagna nel secondo e ultimo test di preparazione prima di fare rotta per i Caraibi, un po’ ci aveva illuso, senza per questo nasconderci le difficoltà dell’impresa. Ma in fondo, per quanto aggressivo, il Portorico l’avevamo sempre battuto e con la Lituania, anche se con un bilancio largamente negativo, il confronto spesse volte si era risolto in un testa a testa alle ultime battute. E poi c’era il precedente di Belgrado, quattro anni fa: anche lì, davanti a un mare di gente che spingeva la Serbia, Sacchetti riuscì a fare il miracolo portandoci al quinto posto dei Giochi di Tokyo.

Stavolta è andata male: sostegno del pubblico a parte, si è perso per non essere riusciti a fermare la punta di diamante portoricana, Alvarado, micidiale con le sue sette triple, ma anche cedendo visibilmente nel quarto conclusivo. Contro la Lituania ieri notte, Pozzecco è riuscito a contenere Sabonis, ma ci ha pensato Marius Grigonis, guardia del Panathinaikos, a martellare sulle speranze azzurre supportato dalla solidità dell’impianto difensivo dei baltici. Risultato: una vera disfatta, in partita solo per metà gara, poi praticamente il solo Gallinari, pure malconcio per la botta al ginocchio rimediata contro il Portorico, a cercare di rendere meno gravoso il passivo, che comunque, a partita ormai andata, conta solo per le statistiche.

Il problema è che dal preolimpico ai caraibi – non è un cinepanettone di Vanzina – resta ben poco. La squadra non ha reagito come in precedenti occasioni, in particolare ha preso atto dei progressi che squadre come il Portorico (battuto 73-57 appena dieci mesi fa a Manila, ma non c’era Alvarado), hanno fatto, così come dei progressi che invece essa stessa non ha fatto rimanendo ancorata all’endemica sterilità nel tiro pesante che purtroppo è ormai la indispensabile cifra del basket moderno e la soluzione che più esalta i tifosi in tribuna, oltre che a subire la superiorità atletica degli avversari (55 rimbalzi nelle due partite contro gli 80 degli altri) che, contrastata, costa il dispendio di energie che poi si paga nel finale.

Da salvare c’è poco, se non che il preolimpico è stato un traguardo che non tutti hanno raggiunto, e a questo punto si può solo guardare avanti programmando gli impegni futuri (doppio confronto di qualificazione europea con l’Islanda) in relazione anche a quella che sarà a novembre la disponibilità dei giocatori bloccati dalle squadre di club impegnati nelle Coppe.

Nel frattempo, la speranza che i più giovani acquistino esperienza e peso, che dal sottobosco del basket italiano spuntino ragazzi di adeguata stazza e che, soprattutto, non cadano subito preda di contratti sontuosi che diano l’idea di essere arrivati togliendo voglia e stimolo a migliorare. E, naturalmente, che chi ha già un posto in Serie A, lo possa esercitare in modi e minuti produttivi, non limitandosi a fare da sparring partner in allenamento a stranieri di discutibile qualità.

Da poco, ad Istanbul, l’Italia Under 17 ha conquistato la medaglia d’argento nel campionato mondiale di categoria, cedendo agli Stati Uniti: svantaggio molto largo, come era scontato perché questi piccoli americani sembrano sbarcati da un altro pianeta (per dire, 145 punti alla Nuova Zelanda in semifinale), ma reggendo il confronto meglio di altri. Comunque dimostrandosi i migliori tra i… normali, il che è già molto importante.

Vice campioni d’Europa e vice campioni del mondo: i ragazzi di coach Mangone si sono confermati, ora dovranno proseguire nel loro viaggio di crescita e di miglioramento: li attende il prossimo anno l’Europeo Under 18, ma soprattutto una stagione nei loro club dove dovranno essere seguiti ed assistiti con attenzione per non sperperare quanto di buono fatto finora. Hanno reso meno amara la domenica del basket italiano. ringraziamoli.

 

di Mario Arceri