Una sconfitta che ha fatto rumore e che potrebbe passare alla storia della pallacanestro per molto più della ‘sola’ scoppola rimediata sul campo è quanto caratterizza l’eliminazione della Serbia per mano della Finlandia agli ottavi di Eurobasket.

Una débâcle per la compagine serba, che agli europei è arrivata da compagine imbattuta nella preseason, e dunque favorita per la vittoria del titolo europeo dopo il bronzo olimpico e l’argento ai mondiali del 2023.

Uno scenario preannunciato

La vittoria, per la Serbia, era un obiettivo anche per ragioni politiche, poiché è stato proprio sull’oro ad Eurobasket che il presidente della federabasket serba, Nebojša Čović, ha costruito il proprio piano di rilancio del basket nazionale, dopo averne preso le redini da Predrag Danilović lo scorso inverno.

A preannunciare la natura della sconfitta, del resto, è stato lo stesso Pešić, che al termine della preseason ha commentato il record ‘immacolato’ della Serbia come rischioso, sottolineando come alla prima sconfitta i serbi avrebbero potuto subire un contraccolpo psicologico potenzialmente difficile da superare.

Pressione politica

E così è stato. Sconfitta dalla Turchia nell’ultima partita della fase a gironi, la Serbia è andata in campo con la Finlandia agli ottavi con un atteggiamento troppo rinunciatario ad inizio partita, dando poi sì battaglia sul terreno di gioco, ma perdendo l’incontro proprio per via della mancanza di nervi saldi nelle ultime fasi di un incontro equilibrato fino alla fine.

L’aspetto psicologico, tuttavia, non è il solo elemento che ha condannato la Serbia, che ha costruito la propria uscita da Eurobasket ‘rinnegando’ la propria cultura cestistica, ossia quella del gioco difensivo, controllato e prevalentemente interno che ha caratterizzato la scuola iniziata dal professor Aza Nikolić, e che ha reso grande la Jugoslavia soprattutto negli anni novanta.

Un gioco inusuale

Certo, coach Pešić ha puntato sulla difesa per vincere ad Eurobasket, anche se contro la Finlandia quando la Serbia ha difeso bene ha poi pagato a rimbalzo, subendo da parte dei finlandesi ben 20 rimbalzi sotto il proprio canestro che, alla fine, sono costati caro.

A sorprendere altresì è stato l’elevato numero di tiri da tre punti, 36 che la rappresentativa serba ha tentato contro la Finlandia, di gran lunga superiore ai 25 tentati da due punti.

Tradizione contro modernità

Tale ‘tiro al piccione’ è stato certamente frutto della serrata difesa che i finlandesi hanno posto su Nikola Jokić, ma una nazionale come la Serbia, nel pitturato, avrebbe dovuto, e potuto, trovare altre soluzioni oltre alla sola stella NBA.

Infine, è lecito considerare come lo scontro tra Serbia e Finlandia possa passare alla storia come una sorta di regolamento di conti, o alla peggio (per chi ama il gioco difensivo e tradizionale come il sottoscritto) tra la scuola ‘storica’ slava e quella moderna che vede proprio nella Finlandia un paese all’avanguardia.

Uno scontro epocale?

Da un lato, Pešić si è presentato ad Eurobasket con un’impostazione culturale difensiva e il quanto più controllata, dalla quale sono originati i suoi successi personali, oltre a quelli, tra gli altri, di Aza Nikolić e Boža Maljković con la Jugoplastika, di Boša Tanjević tra ex Jugoslavia ed Italia, senza dimenticare quelli di Željko Obradović tra Partizan, Panathinaikos, Fenerbahçe ed altri club in Europa.

Dall’altro, coach Lassi Tuovi ha dimostrato come la pallacanestro veloce, offensiva e ‘libera’ che ha già portato Tuomas Isalo a successi in Europa con il Paris Basketball possa essere, oggi, una risposta per comprendere dove vada il basket di domani.

Matteo Cazzulani*

Nella foto: Svetislav Pešić. Credits: FIBA

*Matteo Cazzulani è autore del libro ‘Basket Adriatico. Storie, luoghi, protagonisti del basket ex jugoslavo di oggi’.