Siamo agli sgoccioli della prima palla a due della stagione LBA 2024/25. Ai blocchi di partenza, la Virtus Bologna si presenterà con lo scudetto cucito al petto.
Per questo motivo vi riproponiamo una serie di articoli scritti da Maurizio Roveri (grande penna italiana con alle spalle 35 anni di prestigiosa carriera al Corriere dello Sport-Stadio e nostra grande firma) di ricordo di alcuni degli scudetti vissuti. 

di Maurizio Roveri

Le “mie” Virtus. Quelle che ho visto vincere il titolo di Campione d’Italia. Ne ho ammirate, e raccontate, undici. Lungo la mia carriera di giornalista sportivo, nella città – Bologna – che già tanto tempo fa etichettai “Basket City”. 

Undici scudetti della V nera sul totale di diciassette. Buona media. Posso ritenermi fortunato. Mi sono perso il poker degli anni ’40 perchè non ero ancora nato, e i due titoli di metà anni ’50 quando avevo 5/6 anni…

Il primo scudetto del basket del quale ho scritto è quello targato Sinudyne di metà anni Settanta. Quando Stadio era ancora Stadio, ed eravamo il quotidiano sportivo che dedicava più spazio alla pallacanestro.

E’ il 1976. L’Avvocato Gianluigi Porelli e Dan Peterson stanno costruendo la Virtus dei sogni. Ci lavorano, insieme, con professionalità e programmazione, da tre anni. Da quando, cioè, il geniale e rivoluzionario Dirigente ha scelto Dan Peterson come nuovo allenatore per il team bianconero.

Porelli, personaggio carismatico, di straordinaria intelligenza, capace di vedere “oltre”, accompagnato dal coraggio di osare e anche rischiare, aveva puntato nell’estate del ’73 su questo coach dell’Illinois sconosciuto dalle nostre parti e che stava allenando in Cile. Ancora una volta l’Avvocato con le sue intuizioni era riuscito a sorprendere tutti. Come quando aveva portato Tom Mc Millen, “prima scelta” della NBA. Stavolta, però, il popolo virtussino appariva molto perplesso. “Ma chi è questo qua che arriva dal Cile?”, si chiedeva la gente manifestando dubbi. Non c’erano tante comunicazioni e informazioni cinquant’anni fa. Internet, come lo conosciamo e lo usiamo noi oggi, era di là da venire. L’Avvocato, tuttavia, sapeva tutto. S’era già ampiamente documentato. Quell’allenatore piccolo di statura ma dal grande cervello, idee chiare, capacità comunicativa e l’entusiasmo di chi stava aspettando una opportunità importante per dimostrare tutto il suo valore, era proprio il personaggio che Porelli cercava. L’Avvocato aveva giocato la carta giusta. Come, peraltro, ha saputo fare spesso nella sua illuminata carriera di Dirigente fra i canestri.

Non solo Peterson. In preparazione alla stagione 1975-76, la terza di Dan capoallenatore della V nera, Porelli ha altre due folgoranti intuizioni. Mettendo a segno due “colpi” che si riveleranno determinanti nella conquista dello scudetto. 1) riporta, a Bologna, Terry Driscoll. Che non è più il ragazzone appena uscito dal college e un po’ acerbo della stagione 1969-70 quando’era, sì, tecnicamente molto bravo ma poco pronto per le battaglie spigolose del campionato italiano. Nella sua primissima stracittadina s’era fatto sbranare da quell’autentico guerriero di Gary Schull. Il “nuovo” Driscoll, dopo cinque stagioni da Professionista in America (quattro in NBA e una in ABA) è giocatore maturo, con forte personalità, solido mentalmente, un “duro”; 2) L’Avvocato vuol dare a coach Peterson un playmaker di talento e di grande ritmo. Ebbene, dall’altra parte della strada, nella Città dei Canestri, c’è Charly Caglieris. Che si veste di bianconero. E afferra il timone delle manovre.

La squadra virtussina, dove emergono anche Gianni Bertolotti, Massimo Antonelli, Gigi Serafini, Marco Bonamico, oltre all’utilità di Valenti e Martini, confeziona un campionato di alto livello. In particolare nei playoff. E firma l’impresa ad inizio aprile 1970. Coraggio ed energia per andare ad espugnare Varese. Sconfiggendo con nervi saldi la Mobilgirgi che alcuni giorni prima aveva sconfitto di 15 il Real Madrid, salendo sul tetto d’Europa. Al Palasport di Masnago è come uno spareggio. Varese parte fortissimo. La V nera va sotto, Driscoll la tiene a galla. E’ una battaglia equilibratissima. Quando Serafini deve uscire con 5 falli, Peterson sposta Driscoll su Dino Meneghin. Bonamico viene mandato in missione sulle tracce di Bob Morse e nello spazio di pochi minuti il “marine” virtussino costringe il mitico Bob a commettere 3 falli di sfondamento. Poi, sono decisivi la freddezza e la precisione di Charly Caglieris nei tiri liberi. L’ultima partita è contro la Snaidero Udine, al palasport di Piazza Azzarita. E’ il trionfo. La V nera dell’ex-allenatore della Nazionale del Cile è campione d’Italia. Dan è il primo coach americano a vincere lo scudetto con la Virtus. E Terry Driscoll il primo giocatore americano a diventare campione d’Italia con il Club bianconero di Bologna.

L’Avvocato Porelli – un ventennio di “sold out” nel Madison di Piazza Azzarita durante la sua importante gestione della Virtus – ha poi portato a Bologna giocatori emergenti e di talento che qui sono diventati autentici fuoriclasse della pallacanestro italiana: Renato Villalta (estate 1976) proveniente dalla Duco Mestre e Roberto Brunamonti (nel 1982) dalla Sebastiani Rieti. E stranieri fantastici, personaggi indimenticati: l’immenso Kresimir Cosic e un altro campione assolutamente sublime e straordinario, Jim Mc Millian.

Insieme, nella stagione 1979-80, il Vescovo Mormone e il Duca Nero. Per formare la coppia più tecnica, intelligente, sapiente e concreta che si sia vista a Bologna. Nel tempo in cui vi erano due soli stranieri per squadra, nel campionato di massima serie.

Cosic era davvero vescovo. Nel religioso Stato americano dell’Utah, dove aveva fatto il college, Kresimir apprese la Dottrina della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Ne rimase affascinato. E l’ha predicata. 

Ma Cosic predicava anche l’Arte sui parquet della pallacanestro. Aveva già conquistato l’Europa e il Mondo con il suo immenso talento, l’estro del fuoriclasse, la fantasia del genio. Aprendo la strada ad un nuovo modo di interpretare il ruolo di “centro”. In America lo hanno ripetutamente cercato e tentato per averlo in NBA, ci provò Portland e poi anche i Los Angeles Lakers. Ma… il Vescovo (tutto canestri, e Bibbia e il libro di Mormon) aveva risposto sempre “No, grazie”. E se n’era tornato a casa, in Croazia, nel suo Zadar. Poi, indossando la divisa della Nazionale plava, la mitica Jugoslavjia, Cosic ha vinto – in carriera – 7 medaglie d’oro. L’Oro olimpico di Mosca 1980, 2 Ori mondiali (1970 e 1978), 3 Ori ai Campionati Europei (1973, 1975, 1977), 1 Oro ai Giochi del Mediterraneo (1967). 

Curiosità. Nella finale olimpica dell’80, a Mosca, Cosic aveva per compagni di squadra altri talenti straordinari come Delibasic, Kicanovic, Dalipagic, Jerkov, Radovanovic, Slavnic, Vilfan. Nella finalissima di quella Olimpiade la grande Jugo di Zeravica trovava a sfidarla la valorosa Italia di Sandro Gamba. Cosic aveva per avversari tre virtussini: Renato Villalta, che confezionò un partitone da 29 punti, Marco Bonamico e Pietro Generali. C’era anche Roberto Brunamonti, allora appena ventunenne, che due anni più tardi avrebbe preso la strada di Bologna.

Quando “Creso” era arrivato in Virtus, nel 1978, voluto fortemente da Porelli, il suo fisico non era più al top, già carico di partite, fatiche, successi, trofei. Quel 2,11 aveva le spalle già un po’ ingobbite. La classe, tuttavia, era ancora cristallina e illuminava splendidamente la scena. E’ stato il più grande. Non ho dubbi. E Jimmone McMillian, immagine di equilibrio e sostanza, re della difesa ma pronto anche ad accendere il canestro di prodezze quand’era necessario farlo, era il perfetto e umile compagno. Che aveva vinto l’anello della NBA con i Lakers nel 1972. 

Da favola quel quintetto che la Virtus Sinudyne proponeva nel 1979-80! Caglieris-McMillian-Bertolotti-Villalta-Cosic. In realtà, un sestetto poichè nei meccanismi di Driscoll trovava ampio spazio Pietro Generali, ala di 2,10 dal grande scatto, difficile da contrastare per ogni difesa quando gli assist di un 2,11 come Cosic in versione “pivot-regista” proiettavano il 2,10 Generali a canestro.

Due gli scudetti consecutivi di Kresimir in Virtus. Il primo nel 1978-79 facendo coppia con Owen Wells, un leggero “duemetri” americano dalle mani rapide per rubare palla e dalle gambe agili e reattive che facevano partire inesorabili contropiede. 

Un’immagine. Finale-scudetto del ’79, la Virtus che trionfa al Palalido contro il Billy di Dan Peterson, la cosiddetta “banda bassotti”. Rivedo, nei miei pensieri, Cosic all’altezza della lunetta con il suo lungo e magro braccio destro in alto, a tenere lassù il pallone: ad altezze dove gli avversari non possono arrivare. E mi sembra di rivederli, i vari Generali, Villalta, Bertolotti, Wells in “taglio” dentro l’area milanese per ricevere l’assist di Cresimiro. E quei passaggi sono deliziosi, pennellate d’autore, le perle di un Genio.

Ecco. Alle due Virtus di Cosic in campo, e di Driscoll in panchina che Porelli “inventò” allenatore con un altro dei suoi vincenti azzardi (che in realtà erano geniali lampi di sapienza) sono molto affezionato.

Come ovviamente sono estremamente affezionato alla Virtus del 1984. Quella della Stella. La Stella del decimo scudetto. Un evento. 

Ma… lo scudetto della Stella lo rivivremo nella seconda puntata. Seguiteci nel racconto, su questo cammino di emozioni!

Immagine a cura di Virtuspedia