Quando Fabrizio Pungetti mi ha chiesto di scrivere qualcosa sui playoff del campionato femminile, la mia risposta è stata che per me non c’è gran differenza.

Che giochino uomini o donne: non ci capisco niente comunque.

Tifoso livello zero: quando la palla entra gioisco, altrimenti mi innervosisco.

“Ma tu non ti preoccupare” – ha replicato lui – “alla pallacanestro ci pensiamo noi, tu occupati del resto”.

E così, eccomi qui a buttare il primo sguardo su una mappa geografica e sentimentale dove lo sport più bello del mondo diventa un groviglio di nervi e capelli. Non sto scoprendo niente di nuovo, sia chiaro. Che se ne parli tanto o poco, quello che conta sono le migliaia di persone affollate nei palazzetti di Broni, di San Martino di Lupari, di Campobasso, di Sesto San Giovanni, di Roseto degli Abruzzi: quasi sempre pieni fino all’ultimo seggiolino.

Terre antiche, di monaci in transito dall’Irlanda, di capannoni industriali e distillerie di grappa: contee della grande pianura delle villette a schiera. L’orgoglio di chi non si sente più periferia di nessuno, dove i gatti diventano pantere e il Molise dà del “Tu” alla California.

Cinque luoghi, cinque squadre che lasciano con l’onore delle armi il tabellone dopo i quarti e la prima semifinale. Sconfitte sul campo, ma soltanto dopo aver fatto sudare alle avversarie tutta l’acqua del battesimo. Parto da loro, perché ho l’impressione che rappresentino ciascuna un microcosmo esemplare. Roseto per esempio, 25.938 abitanti censiti al 31.12.2025, di cui 2.500 presenti al PalaMaggetti per la seconda partita delle semifinali contro Venezia. Uno su dieci. È molto più di un dato al botteghino: è l’anima di una città che riscopre sé stessa.

Non è la solita ode alla working class, piuttosto l’intuizione che la pallacanestro femminile sia una sorta di magnete che attira caratteri e destini molto particolari.

Partiamo dall’inizio: una bambina che si iscrive a pallacanestro è un outsider. Su questo non ci piove. Si chiama fuori dalle strade più battute, ma non ha nemmeno la foga di chi viaggia in contromano. Sente un richiamo e lo riconosce. Roba da rabdomanti. L’incontro con la palla a spicchi diventa l’incontro con altrettante eresie territoriali, dove tutto è stato messo a sistema per fare sul serio. Più che società sportive, cellule di una carboneria per irregolari, capaci di radicarsi in luoghi dove c’è ancora fame di costruire qualcosa, progetti a lungo termine, di scovare talenti che a volte diventano cognomi da ascoltare con orgoglio sulle labbra dei telecronisti americani.

Ci sarà tempo per narrare le gesta di Schio e Venezia, di una rivalità in cui riecheggia l’eterno ritorno di Sparta contro Atene. Non mancherà il racconto dell’armata di Tortona che tenterà di guastare i pronostici.

Per ora preferisco chiudere con una nota sospesa sul verdetto che vedrà una tra Brescia e Battipaglia cedere alla tagliola del playout. Perché la massima serie femminile non racconta uno sport diverso – il campo è lo stesso, stesse le regole, le distanze, la palla, le altezze – ma è comunque attraversata da un’intelligenza tutta sua, un tratto quasi impercettibile a segnare un confine.

È qualcosa che innerva ogni intervista, ogni diretta su flima.tv e su Raisport, gli aggiornamenti sul canale whatsapp ufficiale – Lega Basket Femminile. Qualcosa che sposta l’attenzione dalla singola atleta alla squadra, dall’evento al contesto, dal risultato al processo. È interessante provare a inseguirne le tracce, come a dire che forse la medaglia agli europei nasce molto prima di battere la Francia.

È una strada che passa da Roseto, Broni, Campobasso, Sesto, San Martino di Lupari, ma anche da Brescia, da Battipaglia e da Sassari. Dall’idea un po’ folle di questi tempi, per cui un racconto ha senso soltanto quando non lascia indietro nessuno.

Un’Italia al femminile, plurale.

P.s. In accordo con BM, vogliamo dedicare questo articolo e un pensiero speciale a Sofia Di Vico e ai suoi genitori. Raccontare tutto il bello del suo mondo è il nostro modo di tenerla sempre nei nostri cuori.