Il giorno dopo, a freddo, la vittoria della Virtus Bologna sul Partizan assume contorni ancora più nitidi. L’86-68 di Belgrado non è stato un semplice exploit, ma una prova di maturità collettiva, una di quelle partite che raccontano molto dello stato di salute di una squadra e delle sue potenzialità. Alla Belgrade Arena la Virtus ha vinto soprattutto insieme, con un apporto diffuso e continuo, costruendo il proprio successo su equilibri finalmente ritrovati che scaccia i “fantasmi” della trasferta a Milano dove tutto sembrava statico.
Un successo che assume ancora più valore se si considera il contesto dell’avversario: il Partizan, pur ferito da una fase di transizione tecnica, arrivava comunque a questa sfida con quattro vittorie consecutive, tra cui il prestigioso successo in rimonta nel derby di Eurolega contro la Stella Rossa. Un dettaglio che restituisce la reale dimensione dell’impresa bianconera.
L’attacco bianconero ha girato con fluidità perché, prima di tutto, hanno acceso la luce i due esterni che più ne condizionano il rendimento: Carsen Edwards e Matt Morgan. Quando entrambi trovano ritmo, fiducia e presenza, la manovra offensiva della Virtus cambia volto. Edwards ha dato punti, creazione e pericolosità costante, mentre Morgan – recuperato all’ultimo nonostante il problema al polso – ha colpito nei momenti in cui serviva sangue freddo, dando ordine e continuità. È da qui che nasce la qualità offensiva vista a Belgrado: dalla minaccia costante del perimetro, che apre il campo e rende tutto più leggibile.
C’è anche un dato che rafforza ulteriormente il peso specifico della prestazione di Carsen Edwards. In EuroLeague – e includendo anche la sfida di campionato contro Milano, squadra di pari livello europeo – la Virtus Bologna ha sempre perso quando il suo leader offensivo non ha raggiunto o superato quota 20 punti, al contrario è sempre arrivato il successo. Un indicatore chiaro di quanto il suo rendimento condizioni l’efficacia complessiva della squadra. A Belgrado Edwards ha chiuso proprio a 20 punti, confermando una tendenza che va oltre la singola partita e che racconta l’importanza del suo ruolo dentro gli equilibri bianconeri.
In questo contesto di equilibrio ritrovato va sottolineato anche l’impatto di Daniel Hackett, mandato in campo nel momento più delicato della partita, sul 35-27 Partizan, quando l’inerzia sembrava nuovamente scivolare verso i padroni di casa. La sua tripla dall’angolo non è stata soltanto un canestro pesante: è stata una scossa emotiva, capace di fermare l’emorragia e di restituire fiducia alla Virtus. Da lì nasce il parziale che ribalta l’inerzia e consente ai bianconeri di andare all’intervallo avanti di tre lunghezze. Leadership, sangue freddo e letture: Hackett ha inciso nel modo che più gli è congeniale, nei momenti in cui serve personalità.
Dentro questo contesto di squadra spicca con forza la prestazione di Derrick Alston Jr., autentico uomo simbolo della serata. I suoi canestri non sono stati semplici punti a referto, ma colpi emotivi, capaci di ammutolire l’arena serba proprio quando il Partizan provava ad accendersi. Dopo la partita opaca di Milano, chiusa senza tiri tentati, Alston ha risposto nel modo più netto possibile: presenza, coraggio, personalità. Oltre alle percentuali eccellenti, è stata la sua crescita difensiva a fare la differenza, con recuperi, letture e intensità che hanno certificato un salto di qualità evidente.
Fondamentale anche il contributo di Nicola Akele, sempre più gladiatore silenzioso di questa Virtus e uomo di cui Ivanovic si fida ciecamente. Il suo impatto va oltre le cifre, ma i canestri segnati raccontano bene il suo peso specifico: uno nel primo tempo da sotto, uno dalla media nel cuore del terzo quarto, in un passaggio delicatissimo della gara. Akele porta grinta, consistenza e solidità, garantendo equilibrio difensivo e presenza mentale. È il classico giocatore che non ruba l’occhio, ma senza il quale la struttura della squadra perderebbe stabilità.
Fondamentale, poi, l’impatto di Momo Diouf, protagonista di una partita che ha cambiato volto nel secondo tempo. Dopo una strigliata pesante di Ivanovic nel terzo quarto, il lungo bianconero è rientrato in campo come un leone, diventando un fattore determinante soprattutto nella metà campo difensiva. Protezione del ferro, presenza fisica, intimidazione: la sua energia è stata una delle chiavi del parziale di 16-0 con cui la Virtus ha spezzato definitivamente la partita. È da quella difesa feroce che nasce l’allungo, ed è lì che la Virtus ha costruito il proprio dominio.
La forza della Virtus vista a Belgrado è stata soprattutto quella del collettivo, e il dato più emblematico lo racconta il parziale di 16-0 costruito tra la fine del terzo quarto e l’inizio del quarto periodo. Un break arrivato con tutti gli effettivi coinvolti, segnale di una squadra profonda, connessa e dentro la partita in ogni sua rotazione, ad eccezione di Diarra, rimasto con un “ne”. È la fotografia più chiara di una Virtus che ha vinto non per sommatoria di individualità, ma per continuità di impatto.
Merita spazio anche la prova di Saliou Niang, autore di una partita matura e di personalità. L’azzurro ha attaccato il ferro con convinzione, senza esitazioni, leggendo bene le amnesie difensive del Partizan e sfruttandole con decisione. Le sue conclusioni non sono state forzature, ma scelte lucide dentro il flusso della partita, segnale di una crescita evidente. Niang ha dato energia, presenza e continuità, confermandosi una risorsa sempre più affidabile all’interno delle rotazioni bianconere.
Guardando il quadro generale, si tratta della seconda vittoria esterna in EuroLeague dopo quella contro l’ASVEL, un dato che non può passare inosservato. Arriva dopo due sconfitte consecutive e può rappresentare una spinta importante, soprattutto all’interno di una double week interamente a Belgrado. Venerdì si torna alla Belgrade Arena, ma dall’altra parte ci sarà la Stella Rossa.
Da cosa deve ripartire la Virtus? Dalle certezze ritrovate. Può giocare più leggera, con meno pressione addosso, ma non meno determinata. Dalla solidità difensiva, dalla fiducia nei propri esterni, dalla consapevolezza di avere risorse diffuse e uomini pronti a prendersi responsabilità. Belgrado ha restituito alla Virtus qualcosa che va oltre i due punti: fiducia, identità e convinzione. Ed è un patrimonio da difendere subito, senza perdere tempo.

Eugenio Petrillo 

Foto Ciamillo-Castoria