C’è una linea sottile che separa la frustrazione dalla costruzione. La Virtus Bologna la percorre tutta nella notte amara contro l’Olympiacos, chiusa con una sconfitta che brucia non solo per il punteggio, ma per come è maturata. Il 97-94 finale lascia in eredità polemiche – su tutte il finale controverso, con una rimessa greca durata ben oltre i cinque secondi regolamentari a 6” dalla sirena – e la sensazione che il metro arbitrale, soprattutto nei momenti chiave, abbia finito per incidere sull’inerzia emotiva della partita.
Ma dentro quella sconfitta, Dusko Ivanovic ha scelto di guardare più a fondo. Lo ha fatto con parole nette, dirette, quasi severe, ma anche cariche di un messaggio che va oltre il risultato:
“Questo è il basket: ogni tanto vinci e ogni tanto ti può capitare di perdere. L’importante in questi momenti è non arrendersi mai. Invece, alcuni giocatori si sono abbattuti e per questo motivo non ci abbiamo creduto tutti assieme come squadra. Si può giocare bene o male, ma bisogna crederci assieme, cosa che non è stata così per tutti e 40 i minuti di gioco. Non si può smettere di lottare.Nel secondo abbiamo difeso in modo troppo soft, a differenza dei nostri avversari. Abbiamo rinunciato ai contatti, e quando abbiamo ripreso a difendere ci hanno fischiato sempre fallo, ma è stata colpa nostra se è successo”.
Il messaggio di Ivanovic, però, va letto anche tra le righe. Il tecnico montenegrino non ha fatto nomi, non ha puntato il dito contro nessuno in particolare, ma il senso del suo discorso è chiaro: a questo livello non ci si può permettere di uscire mentalmente dalla partita. Contro avversari strutturati e profondi come l’Olympiacos, ogni calo di attenzione, ogni momento di scoramento rischia di diventare una condanna. L’atteggiamento, prima ancora della qualità tecnica, diventa la vera discriminante. Essere dentro la gara per tutti i 40 minuti è il minimo richiesto, soprattutto quando il margine di errore è ridottissimo. È lì che si misura la maturità di una squadra, nella capacità di restare aggrappata al match anche quando tutto sembra girare storto, senza smarrire identità e fiducia collettiva.
È una dichiarazione che pesa, soprattutto perché arriva a pochi giorni da quell’altra frase diventata quasi un manifesto: “La stanchezza non esiste”. Due concetti che non si contraddicono, ma che si completano. Per Ivanovic la fatica non può essere un alibi, ma allo stesso tempo la fiducia collettiva resta l’unico vero carburante quando le energie vengono meno. E contro l’Olympiacos, per lunghi tratti, quella fiducia è mancata.
Il terzo quarto lo racconta senza bisogno di interpretazioni: la Virtus sprofonda fino al -20 (77-57), travolta dalla fisicità greca, dalla lucidità di un’Olympiacos più continuo e da una partita che sembra scivolare via. Eppure, proprio lì, quando la gara pare segnata, emerge l’altra faccia della serata: quella che Ivanovic pretende di vedere sempre.
Negli ultimi dieci minuti la Virtus cambia volto. Lo fa con un quintetto operaio, senza fronzoli ma con identità. Luca Vildoza prende in mano l’attacco con personalità e coraggio, Matt Morgan trova canestri pesanti e ritmo, Daniel Hackett alza il volume difensivo e trascina emotivamente il gruppo. Dentro questo contesto trovano spazio anche le buone letture e l’energia di Saliou Niang, utile nel dare dinamismo e presenza su entrambi i lati del campo. È una rimonta vera, costruita su difesa, intensità e spirito di squadra, che riporta la Virtus a contatto e riaccende una Virtus Arena pronta a crederci fino all’ultimo possesso.
Il finale resta amaro, segnato da quell’episodio della rimessa e da un metro arbitrale che lascia più di una perplessità, ma il messaggio che emerge è chiaro: questa squadra, quando si compatta, ha ancora un’anima forte. Ivanovic lo ha detto senza giri di parole: non basta giocare bene, serve crederci insieme. Ed è proprio da qui che passa la crescita.
La sconfitta contro l’Olympiacos pesa, ma non svuota. Anzi, racconta di una Virtus che, anche nelle difficoltà, ha mostrato carattere, orgoglio e capacità di reazione. E se il quarto periodo è un indizio, allora quella frase – “la stanchezza non esiste” – non è solo uno slogan, ma una direzione. Da seguire, insieme.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Dusko Ivanovic, foto Ciamillo-Castoria