Con un bilancio tutto sommato positivo di 6 vittorie e 7 sconfitte dopo le prime tredici giornate di Eurolega, la Virtus Bologna arriva alla pausa con un’identità chiara ma ancora incompleta. La squadra di Dusko Ivanovic ha mostrato di poter competere contro chiunque, soprattutto nei momenti in cui riesce a imporre il proprio ritmo e la propria fisicità, ma al tempo stesso ha lasciato per strada partite che pesano, soprattutto lontano da casa. L’equilibrio tra ciò che funziona e ciò che manca è oggi il vero nodo da sciogliere per capire quale potrà essere la traiettoria bianconera nella corsa al play-in.
La Virtus ha completato il primo ciclo di partite casalinghe nella “casa provvisoria” del PalaDozza con un bilancio perfetto: cinque vittorie su cinque, tutte contro avversarie d’élite. Real Madrid, Monaco, Panathinaikos, Efes e Maccabi sono passate da Bologna tornando a casa sconfitte, a testimonianza di una squadra che, in territorio amico, riesce ad alimentare energia, ritmo e precisione tecnica con una continuità da vera big europea. Il PalaDozza è diventato un fortino, e non per caso: nelle gare interne la Virtus appare più sicura, più fisica, più lucida nella gestione dei momenti chiave.
Il problema, per ora, nasce quando si lascia Bologna. L’unica vittoria in trasferta, arrivata a Villeurbanne contro l’Asvel con un Carsen Edwards deluxe (36 punti e record personale di sempre), fotografa una squadra che lontano da casa fatica a riprodurre la stessa solidità. Le difficoltà non si limitano al risultato, ma emergono già dall’approccio: partite come quella di Kaunas contro lo Zalgiris hanno mostrato una Virtus spenta, lenta nell’entrare in ritmo partita e spesso costretta a rincorrere. Contro avversarie di “pace” elevato – Valencia, Parigi o Baskonia – i bianconeri hanno pagato soprattutto il divario di intensità, finendo travolti dalle transizioni e dalla velocità degli attacchi avversari, un terreno di gioco su cui la Virtus non è ancora riuscita a mettere la propria firma.
Eppure, qualcosa nelle ultime settimane ha iniziato a cambiare. Le trasferte di Barcellona e Istanbul rappresentano due passi avanti significativi. Al Palau Blaugrana la Virtus ha condotto per ampi tratti, mostrando una personalità offensiva e difensiva che raramente si era vista fuori casa. È poi arrivato il blackout di quattro minuti nel quarto periodo, pagato a carissimo prezzo, ma la prestazione complessiva ha confermato che la squadra è sulla strada giusta. Ancora più incoraggiante il match di Istanbul sul campo del Fenerbahce, dove Bologna ha tenuto continuità ed equilibrio per quaranta minuti, mancando solo nei dettagli finali. È il classico “centesimo che manca per fare il dollaro”: la Virtus non ha ancora completato il salto, ma ora la direzione è quella giusta e le sensazioni sono positive. Giocando così, su campi meno proibitivi e contro squadre di media classifica, le vittorie esterne possono arrivare.
La crescita riguarda anche i singoli. Carsen Edwards è ormai il fulcro del sistema offensivo di Ivanovic: continuità realizzativa, responsabilità nei momenti complessi e una capacità di accendersi che spesso sposta gli equilibri. Accanto al texano, Matt Morgan ha trovato una dimensione sempre più importante da sesto uomo di lusso: dopo l’anno di adattamento, sta dimostrando di essere una guardia perfettamente compatibile con il livello Eurolega, capace di mettere punti pesanti anche in uscita dalla panchina.
Tra gli alti e bassi inevitabili di una squadra che punta a fare un passo avanti strutturale, emergono i giovani. Saliou Niang, alla prima stagione in Eurolega, alterna momenti di grande impatto – come la serata da protagonista contro il Baskonia – a prestazioni più opache come quella di Istanbul contro il Fenerbahce. Fa parte del percorso, ma il talento è evidente e le responsabilità date dallo staff tecnico indicano fiducia. In crescita anche Momo Diouf, che nelle settimane segnate dall’assenza di Alen Smailagic ha mostrato non solo fisicità, ma una personalità in aumento, importante soprattutto nelle gare più fisiche.
Segnali positivi arrivano anche da Luca Vildoza, reduce da un avvio di stagione complicato ma ora sempre più inserito nelle letture e nella gestione del ritmo. L’argentino non è ancora al livello che ci si aspetta da un giocatore del suo pedigree, ma la direzione è quella giusta. Infine c’è Karim Jallow, probabilmente – dopo Edwards – il giocatore più imprescindibile per Ivanovic. Difese dure, transizioni accese, letture intelligenti: Jallow è l’anima operaia e qualitativa della squadra, capace come pochi di cambiare inerzia con una giocata difensiva o una corsa in campo aperto.
La Virtus è dunque davanti a un bivio: da una parte la squadra dominante vista a Bologna, dall’altra quella ancora incompleta e timida delle trasferte. La base tecnica e mentale c’è, il sistema di Ivanovic sta trovando gerarchie e identità, e le ultime due gare lontano da casa hanno acceso un segnale chiaro: la Virtus può competere davvero anche fuori. Serve mettere insieme continuità, lucidità nei finali e maggior impatto nelle prime fasi delle gare. Solo così il fortino potrà estendersi oltre Bologna e trasformare la stagione europea da buona a potenzialmente eccellente.

Eugenio Petrillo 

Foto Ciamillo-Castoria