Dopo venti partite di EuroLeague 2025/26, il bilancio della Virtus Bologna dice 10 vittorie e 10 sconfitte. Un record che racconta un cammino fatto di slanci e battute d’arresto, ma che assume un peso diverso se inserito nel contesto più ampio della stagione e, soprattutto, della storia recente del club. Al netto dell’aumento delle squadre e quindi del numero complessivo di gare, le V Nere hanno già superato il totale di successi dell’intera EuroLeague 2024/25, chiusa a quota nove. È un dato che non certifica ancora una svolta definitiva, ma che indica una direzione chiara.
Queste prime venti partite hanno mostrato una Virtus in costruzione, capace di attraversare momenti di difficoltà senza smarrire completamente la rotta. Una squadra che ha dovuto fare i conti con l’apertura di un nuovo ciclo, immediatamente dopo lo Scudetto 2025, salutando riferimenti pesanti delle ultime stagioni come Tornike Shengelia, Isaia Cordinier e Marco Belinelli. La scelta è stata quella di ringiovanire il gruppo, accettando il rischio dell’inesperienza pur di gettare basi diverse, più sostenibili e proiettate nel tempo.
In questo processo di ridefinizione delle gerarchie, sono emersi nuovi leader. Il primo nome è quello di Carsen Edwards, diventato il go-to guy dell’attacco bianconero. La sua capacità di accendersi e di prendersi responsabilità nei momenti caldi ha segnato diverse partite, con l’apice rappresentato dai 36 punti in trasferta contro l’ASVEL, una prestazione che ha ribadito quanto il talento individuale, in EuroLeague, resti una moneta pesante.
Accanto a lui, il percorso di Luca Vildoza merita una lettura più profonda. Dopo un avvio in chiaroscuro, l’argentino si è progressivamente preso la squadra, diventando decisivo nelle scelte e nei finali. I canestri pesanti contro Dubai e soprattutto contro lo Zalgiris Kaunas raccontano di un giocatore che ha ritrovato centralità e fiducia, trasformandosi in un riferimento emotivo e tecnico.
Merita una menzione a parte anche Matt Morgan, che rispetto alla scorsa stagione ha compiuto un salto di qualità netto diventando un punto centrale del sistema della Virtus Bologna. Il ruolo da vice Edwards, cucitogli addosso con chiarezza, ne ha esaltato le qualità: impatto immediato, pericolosità offensiva e capacità di cambiare l’inerzia in pochi possessi. Una definizione precisa che lo ha reso un giocatore imprescindibile nelle rotazioni, capace di garantire continuità anche quando il peso dell’attacco si sposta.
Accanto a lui, sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza Daniel Hackett. Il veterano bianconero si è preso sulle spalle responsabilità e leadership di questo gruppo, diventando una guida emotiva e competitiva nei momenti più delicati. Il suo impatto, evidente in particolare nel derby contro l’Olimpia Milano, va oltre i numeri: intensità, letture difensive, voce nello spogliatoio. In una squadra giovane, Hackett rappresenta il collante tra passato e presente, tra identità e ambizione.
In questo contesto di ridefinizione delle gerarchie, la Virtus Bologna ha però già mostrato un tratto distintivo chiaro: il carattere. Una squadra che accetta il contatto, che non abbassa l’intensità dopo gli errori e che resta dentro la partita anche quando il talento non basta. Un’identità che rispecchia perfettamente la mano di Dusko Ivanovic, fatta di rigore, durezza mentale e responsabilità condivisa. Non una Virtus ancora completa, ma già riconoscibile nei suoi principi.
La crescita della Virtus passa anche – e forse soprattutto – dallo sviluppo dei rookie. L’esempio più evidente è Derrick Alston Jr., partito come oggetto del mistero e diventato col passare delle settimane uno dei terminali offensivi più affidabili della squadra di Dusko Ivanovic. I 20 punti segnati sia contro l’Olimpia Milano sia contro lo Zalgiris, uniti alle prestazioni di alto livello a Belgrado contro Partizan Belgrade e Stella Rossa, certificano un impatto ormai strutturale nel sistema bianconero.
Il percorso individuale degli altri rookie è più frastagliato, ma non meno significativo. Karim Jallow aveva iniziato la stagione con grande energia, salvo poi attraversare una fase di calo dopo l’infortunio al polpaccio, fisiologica in un contesto così esigente. Al contrario, Saliou Niang sta mostrando una crescita costante, soprattutto sul piano della continuità, uno degli aspetti più difficili da conquistare per chi muove i primi passi stabili in EuroLeague.
Il bilancio delle venti gare è impreziosito da vittorie di grande prestigio, in particolare al PalaDozza, dove la Virtus ha costruito un impressionante 5 su 5 contro alcune delle big della competizione: Real Madrid, Monaco, Panathinaikos, Anadolu Efes e Maccabi Tel Aviv. Successi che hanno ridato centralità al fattore campo e confermato la capacità della squadra di alzare il livello nelle serate di cartello.
Alla Virtus Arena, poi, sono arrivate affermazioni dal peso specifico enorme. Il derby d’Italia contro l’Olimpia Milano, sempre più diretta concorrente, Dubai Basketball e soprattutto la vittoria contro lo Zalgiris, spezzando una maledizione che durava dal 2007, hanno avuto un valore che va oltre i due punti in classifica.
C’è però anche l’altro lato del percorso, quello che accompagna spesso le squadre in costruzione. Accanto alle grandi vittorie, infatti, sono arrivate alcune sconfitte che hanno lasciato l’amaro in bocca, diverse per natura ma ugualmente significative. Ci sono state partite semplicemente mal giocate, come le trasferte a Parigi contro il Paris Basketball e a Vitoria contro il Baskonia, in cui la Virtus non è mai riuscita a trovare ritmo, continuità e solidità mentale, pagando a caro prezzo approcci sbagliati e cali prolungati. Altre sconfitte, invece, raccontano una storia diversa e forse ancora più dolorosa: gare giocate punto a punto e perse per dettagli, per singoli possessi o scelte nei momenti chiave. È il caso delle trasferte a Barcellona contro il Barcelona, a Istanbul contro il Fenerbahce o a Belgrado contro la Stella Rossa, partite in cui la Virtus è rimasta agganciata fino alla fine, mostrando di poter competere anche lontano da casa, ma senza riuscire a trasformare l’equilibrio in vittoria. Sconfitte diverse tra loro, ma tutte utili a definire il punto in cui si trova oggi questa squadra: ancora imperfetta, talvolta fragile, ma sempre più consapevole del livello richiesto dall’EuroLeague.
Completano il quadro le due vittorie esterne, entrambe simboliche. Quella contro l’ASVEL, firmata da un Edwards irreale, e quella contro il Partizan a Belgrado, un parquet che negli ultimi anni è diventato terreno di conquista bianconero, con tre successi consecutivi sul campo dei “grobari”.
Dieci vittorie e dieci sconfitte, dunque, non sono soltanto un equilibrio aritmetico. Sono la fotografia di una squadra che sta imparando a conoscersi, a sbagliare e a correggersi, portando avanti una crescita costante dentro una competizione spietata. La nuova Virtus non è ancora una certezza, ma ha già dimostrato di essere una realtà credibile. E, soprattutto, di avere un futuro che vale la pena continuare a raccontare.
Eugenio Petrillo
Foto Ciamillo-Castoria