Nell’autunno del 1998, il Milan subì una pesante sconfitta casalinga contro una Fiorentina che, trascinata dal ‘solito’ Gabriel Omar Batistuta, mostrò a San Siro quanto i rossoneri avrebbero dovuto lavorare sodo per ottenere qualcosa di buono. “Facciamo che l’accaduto sia un episodio” furono le dichiarazioni di Alberto Zaccheroni, che alla prima stagione sulla panchina del Milan stava, con un roster meno prestigioso rispetto ai principali avversari, introducendo un nuovo gioco con la famosa difesa a tre tanto criticata da patron Silvio Berlusconi.
Nonostante altre cadute, come il 4-0 subito a Parma, il Milan chiuse quella stagione vincendo lo scudetto con una rimonta su una Lazio alla fine sorpresa da una compagine che, passo dopo passo, ha serrato le file, prodotto bel gioco e trovato fiducia. Simile dovrebbe essere la reazione del Partizan alla debacle casalinga contro un Panathinaikos che ha dato ai bianconeri una vera e propria lezione di pallacanestro.
Nebbia e premiazione
Molle in difesa, spento in fase realizzativa, Belgrado non ha prodotto quella difesa aggressiva con la quale invertire possessi nel più breve tempo possibile, e giocare quella pallacanestro ad alti ritmi che coach Joan Peñarroya, con largo uso di esterni in un roster che, così come il Milan della stagione 1998/1999, è sulla carta meno forte dei contendenti per il titolo, intende finalizzare con soluzioni prevalentemente perimetrali.
Oltre alla speranza che la sberla sia da lezione a un Partizan per il quale di passi falsi anche pesanti ne possono capitare, da sottolineare nella serata è anche la decisione di Željko Obradović di declinare la consegna di un riconoscimento da parte della dirigenza bianconera a inizio partita. “Il Partizan mi ha dato tutto” ha commentato l’allenatore del Panathinaikos al termine dell’incontro, chiarendo quello che avrebbe potuto diventare un vero e proprio giallo.
Matteo Cazzulani
Nella foto: Željko Obradović del Panathinaikos (a sinistra) e Joan Peñarroya del Partizan (a destra). Credits: Partizan B.C.