Lou Carnesecca non ha mai avuto dubbi. Non si sentiva americano, ma toscano. Nella sua autobiografia del 1988, scritta con il giornalista Phil Pepe, lo dice chiaramente. Ha vissuto solo un anno in Italia, quando era ragazzo a Pontremoli, ma non ha mai nascosto l’orgoglio per il paese di origine dei genitori e fu grande la soddisfazione per la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica italiana, il 17 febbraio 1990. Il volume bilingue: “Lou Carnesecca Da Pontremoli a New York” di Erga Edizioni 325 pagine, 18,90 euro, scritto da Lorenzo Mangini, racconta la favola di un figlio di emigrati della Lunigiana diventato un’icona del basket in America senza segnare neppure un canestro. Partito da East Harlem, il quartiere ghetto dove venivano raccolti gli italiani all’inizio del secolo scorso, la vera Little Italy, è arrivato ad avere una bandiera dedicata nel 2001, sul soffitto del Madison Square Garden, primo allenatore NCAA, per celebrare le sue 526 vittorie con St. John’s, l’istituto del Queens fondato dai Vincenziani, di cui Lou ha saputo incarnare lo spirito e i valori.
Nell’autobiografia “Louie in season”, il primo capitolo ha un titolo inequivocabile: “Tuscany”. “I toscani sono famosi perché amano mangiare, bere, chiacchierare (love to gab) e sono i più grandi bestemmiatori nel mondo. Mi considero un vero figlio della Toscana, amo le fettuccine o i rigatoni con il pomodoro. Amo parlare e bere vino e qualche volta il mio linguaggio durante le partite imbarazza i Padri Vincenziani, che di solito fingono di non sentirmi. Una volta con i Nets, il direttore delle pubbliche relazioni, Barney Kremenko, mi ha contato 147 imprecazioni”. Era, insomma, rimasto nell’intimo, Lou Carnesecca da Pontremoli, figlio di Alfredo e Adele, anche se a New York era nato, vissuto, conosceva ogni angolo ed era come fosse un autentico re per la gente comune, soprattutto per la comunità di St. John’s.
In Italia ha tenuto dei clinic indimenticabili, il primo a Roma nel 1966, memorabile anche quello di Firenze nel 1985 nell’ambito di una tournée di St. John’s in Spagna e Italia di ben diciotto giorni. “Il nostro allenamento primaverile non ufficiale” secondo la definizione del Coach, assieme a Rollie Massimino, che aveva appena vinto il titolo NCAA con Villanova, e Jim Valvano, due suoi grandi amici. St. John’s disputò anche due amichevoli e quella del 30 maggio venne disputata al “Pala Mandela”, in cui i Redmen superarono l’Italia, guidata da uno dei più grandi amici italiani di Carnesecca, Sandro Gamba. A parte l’aspetto tecnico, per molti partecipanti è rimasto un ricordo personale indimenticabile. Tra le tante, raccogliamo tre testimonianze. Il primo è Guido De Alexandris: “Facevo parte di un gruppo di cui era responsabile Elio Pentassuglia. Scrivevamo le lezioni dei vari relatori, poi inserite nei libri della FIP sull’evento. Ricordo che eravamo seduti al tavolo, dove nelle partite si siedono gli ufficiali di gara. Lou Carnesecca, un autentico mito, venne a salutarci uno ad uno. A ripensare quel momento, mi vengono i brividi”.
Gianfranco Roncarolo era uno dei tanti partecipanti. “Jim Valvano sconvolse i coach di tutta Europa presenti al palazzetto con degli esercizi incredibili. Ad esempio, passandosi la palla tra le gambe, mentre correva, ha fatto tutto il campo. Al termine delle sue lezioni fu disponibile a rispondere alle domande e non persi l’occasione. Valvano, un prodigio di simpatia e di disponibilità, ascoltò e rispose. Poi mi arrivarono a casa le buste della North Carolina State University con le fotocopie dei suoi programmi di allenamento e con i diagrammi di un magnifico attacco alla zona che non hai mai fallito alla prova del campo. Ricordo anche la partita, con Mark Jackson protagonista. Mi colpì subito con un movimento inedito o quasi. Effettuò due palleggi violentissimi, dopo una rimessa dal fondo, dietro la schiena, l’avversario incrociò le gambe e cadde per terra. St. John’s giocava benissimo, un basket fluido. Lou era un grandissimo allenatore”. Infine Massimo Barba. “Eravamo sugli spalti con i nostri quaderni e matite forniti dalla FIP con le schede con i campi da basket, ma il ricordo più bello fu qualche anno dopo quando incontrai Carnesecca all’aeroporto di New York. Colsi l’occasione per rivolgere la parola al mitico Coach, pensavo che non mi avrebbe considerato e invece parlammo di basket in italiano per almeno una decina di minuti, mi fece un sacco di domande. Da dove vieni, chi alleni, come siete andati quest’anno? Mi chiese se il clinic di Firenze mi era piaciuto, mi aveva dato spunti. Ero un giovane allenatore e mi trattò come un collega, da non crederci. Era fine marzo, in piena March Madness, e mi consigliò di andare in un salone del JFK attrezzato con poltrone con mini-televisori a vedere con 1/4 di dollaro una partita di Purdue con un giovane Charles Barkley. Purtroppo, mi devo imbarcare, mi disse. St John’s era appena stata eliminata. Aveva avuto un cambio generazionale ed era andato oltre le aspettative. Salutandomi si raccomandò con i miei ragazzi di curare con particolare attenzione i fondamentali individuali. Una persona fantastica”.
Il libro di Mangini cerca soprattutto di raccontare l’umanità di questo straordinario mentore e ambasciatore del basket nel mondo. Si articola in tre parti, comincia dai luoghi di origine in Lunigiana e dai suoi legami familiari. Seguono le tappe della sua carriera nel basket e si conclude con testimonianze di allenatori e campioni vicini all’uomo di Cargalla, che formano un quadro articolato, composto di piccoli episodi e storie divertenti. Sono oltre trenta le testimonianze inedite di personaggi come Gamba, Bianchini, Meneghin, Marzorati, Peterson, Messina. L’appendice, oltre al glossario, riporta nomi, personaggi e numeri del basket americano. Non è un libro solo sul basket, parla di persone e sentimenti, perché questi contano quando il tabellone della partita è spento. Parola di Lou Carnesecca.
Il volume ha il patrocinio del Comune di Pontremoli, che ha cominciato l’iter per intitolare al Coach un largo della frazione di Cargalla, dove era originaria la famiglia, ed è già entrato nella biblioteca della FIBA (Fédération Internationale de Basketball Amateur) in Svizzera grazie a Giorgio Gandolfi. Nell’opera sono stati inseriti dei VCode “aperti”, dove vengono inserite immagini e video su Carnesecca. Al termine di ogni capitolo c’è l’intera traduzione in lingua inglese a cura di Alex Evans, assistente allenatore (1989-1992) e poi esecutivo (1992-2004) di Carnesecca, che ha anche curato la versione inglese.
Lou Carnesecca, da Pontremoli a New York: il libro del coach italiano che divenne un’icona del basket in America
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