di Mario Arceri
“Aspettando l’America, la Virtus va avanti”. Titolavamo così il servizio di Edoardo Caianello su Basket Magazine, quindici giorni fa chiudendo il giornale. Con forzato ottimismo, d’accordo, e forse obbligandoci a credere, sperare, che l’àncora di salvezza alla quale si erano aggrappate già cinque delle nostre maggiori società di calcio (Milan, Roma, Fiorentina, Bologna, Parma), potesse essere gettata anche nel basket per portare felicemente in porto la Virtus Roma. E invece l’America non è arrivata e la Virtus si è fermata. Quel titolo ora è fragorosamente fuori luogo: proprio nei giorni in cui avrebbe dovuto festeggiare il compimento dei sessanta anni di vita, il sodalizio romano scompare, si ritira dal campionato, lascia un vulnus profondo nell’intero movimento cestistico nazionale, e nella città. Una città che non ha saputo trovare al suo interno gli anticorpi necessari per scongiurare una fine ingloriosa eppure annunciata già da diversi anni, almeno sei, e cioè da quando, nell’estate del 2015, l’ing. Toti decise di retrocedere la squadra in Serie A2, un declassamento che però significò salvarla. Era il messaggio più forte che poteva dare a sostegno della volontà di uscire (senza ucciderla) dalla proprietà di una società di basket che lui – appassionato di calcio – aveva probabilmente acquisito senza troppa convinzione, ma dalla quale fu poi progressivamente e sempre più intrigato. L’ha riportata in Serie A, senza sponsor e senza pubblico ha comunque provato ugualmente a salvarla, si è probabilmente illuso con le promesse di quell’allegra combriccola di americani in vacanza a Roma, ha atteso fino all’ultimo un segnale positivo di interesse, non è arrivato, e ha deciso di chiudere. Qualcosa che, probabilmente, avrebbe dovuto fare cinque anni fa.
Non sono mai voluto intervenire su questa vicenda, ma lo debbo fare adesso vedendo morire una squadra che per tanti anni ho seguito quotidianamente, fin dal 1980 alla sua prima promozione in Serie A1, partecipando professionalmente, ed anche emotivamente, alla sua incredibilmente rapida crescita: scudetto dopo appena due stagioni in un PalaEur gremito da 17000 spettatori, la Coppa dei Campioni a Ginevra accompagnata da 5000 tifosi, la Coppa Intercontinentale in Brasile, le due Coppe Korac, l’illusione dei quattro anni di Messaggero nel periodo di maggiore opulenza della nostra pallacanestro, e poi ancora nei primi anni di questo nuovo secolo con la presenza costante in Eurolega, le finali scudetto, un nuovo titolo tricolore sfumato due o tre volte e sicuramente non per demeriti sul campo. Ho seguito e raccontato tante vicende, felici o meno come in ogni impresa sportiva, e tanti personaggi di incredibile spessore: Gilardi, Polesello, Sbarra, Castellano, Solfrini, Bertolotti, Tombolato, Larry Wright, Kea e Hughes, gli uomini delle grandi vittorie di Valerio Bianchini. E poi Shaw, Ferry, Radja, Cooper, Mahorn, Gervin, Parker e ancora il più grande di tutti, Dejan Bodiroga, accanto a giocatori italiani che sono diventati simbolo di questa squadra, come lo è stato Gilardi: Ancilotto, Tonolli, Myers, Righetti, Datome. O gli altri grandi allenatori che si sono succeduti sulla panchina blu-arancio, i veri colori della Virtus: Primo, Skansi, Pesic, Repesa, lo stesso Bucchi.
So bene che Claudio Toti non è molto amato, e forse lo sarà ancora meno oggi, dalla tifoseria romana. Ma, oltre il fatto che, dopo vent’anni di continui ed onerosi investimenti, aveva tutto il diritto di farsi da parte, che pure in questo ultimo quinquennio ha continuato ad andare avanti cercando soluzioni che consentissero una continuità all’altezza delle tradizioni della società, sono convinto, proprio rileggendo i nomi che hanno caratterizzato i suoi vent’anni di presidenza, che si debba soltanto dirgli grazie, a lui e alla sua famiglia, per il basket che ci ha donato, e comprendere con quanta forza abbia saputo reagire ai tanti rospi che certi “poteri forti” gli hanno fatto ingoiare.
Ma questa ormai è solo storia, che comunque rimane, con un palmares che, con un pizzico di equità in più, sarebbe stato molto più ricco e gli avrebbe forse dato la forza per continuare ad andare avanti.
Il problema di fondo è però un altro. E cioè l’assordante silenzio che ha accompagnato questa lenta agonia, la sordità di chi, privo di qualsiasi forma di cultura sportiva e di capacità di comprendere il valore anche sociale di un’istituzione così profondamente radicata e di uno sport che per diffusione, interesse e apprezzamento è secondo solo al calcio, non ha mosso un solo dito, non è andato oltre vuote parole di circostanza e senza la minima parvenza di empatia ha contribuito a scavare un abisso di indifferenza. Ma, del resto, cosa attendersi da chi ha lasciato andare in rovina le sue già pochissime strutture sportive, dal Palazzetto di Viale Tiziano allo Stadio Flaminio, al stesso storico Campo Testaccio, simboli, oltre che strutture necessarie, di una memoria e di una tradizione che non si è saputo riconoscere, capire, tutelare.
Provo dolore perché scompare una realtà che mi ha accompagnato professionalmente, che ho seguito più che da vicino, che ho visto crescere ed imporsi, che mi ha regalato emozioni profonde e irripetibili, importanti e indimenticabili perché me le donava la squadra della mia città finalmente tornata a vincere. Perché comprendo la delusione, lo smarrimento e l’impotenza dei colleghi più giovani che vedono infrangersi il sogno di poter vivere e raccontare momenti altrettanto esaltanti. Perché mi rendo conto del vuoto che si è creato in chiunque, in questa città ormai spenta e rabbuiata, trovava nel suo basket un po’ di luce e di speranza.
Ma provo soprattutto rabbia, E tanta, perché non si possono cancellare così sessant’anni di vita, perché la Capitale d’Italia non può assistere senza reagire ad una fine annunciata, perché le istituzioni non hanno mosso un dito per salvarla, e non parlo di contributi economici, ma di persuasione ad intervenire su chi avrebbe potuto farlo, e non per carità, ma per tutelare un bene comune, se pure tale può essere ancora considerata una realtà sportiva che ha storia e tradizione, e se l’idea di sport – per totale mancanza di cultura – non si circoscrive al solo calcio e a uno stadio da costruire perché elettoralmente più produttivo.
Petrucci parla di gravissimo danno di immagine, Gandini di segno tangibile della grande difficoltà che affligge anche il mondo della pallacanestro in questo stato di emergenza. Dall’Amministrazione comunale, fino a tarda sera, nessuna parola, né, del resto, me l’aspettavo, in fin dei conti non si tratta che della terza forza sportiva della città, dopo Lazio e Roma: un altro fallimento, sotto gli occhi di chiunque.
È vero, il danno di immagine per il movimento è enorme, anche se, nel movimento, saranno in molti a rallegrarsi per la retrocessione in meno a fine d’anno. Sì, è il segno delle difficoltà del basket, ingigantite dalla pandemia anche perché quando c’era il tempo e l’opportunità per riformare questo nostro mondo dei canestri non s’è alzata paglia.
Nessuno però che abbia sottolineato, o ha avuto qualche parola, per il vulnus profondo che questa fine annunciata ha scavato nel cuore di chi la Virtus Roma l’ha seguita, da anni, per anni o da poco, con fiducia e con entusiasmo, e cioè la gente, i “tifosi”, coloro per i quali va in scena lo spettacolo sportivo e senza i quali, lo stiamo vedendo in queste settimane, il basket, lo sport, si va lentamente spegnendo. Quei “tifosi” che avevano affidato entusiasmo e passione ad una maglia. I giocatori troveranno un’altra squadra (i procuratori sono all’opera già da tempo), così, prima o poi, gli allenatori. Gli altri attori del movimento penseranno piuttosto alla trasferta in meno da affrontare, alla lotta per non retrocedere meno pesante, all’ingombro anche psicologico di una società che rappresentava la Capitale che viene finalmente rimosso.
Ai tifosi resta solo il vuoto, e sono loro, alla fine le vere vittime. E Claudio Toti rimasto solo con il tormento di una decisione dolorosa e definitiva, comunque da rispettare.