Ho un ricordo bellissimo di Scafati. Una salvezza raggiunta con grande dedizione ed esprimendo anche un bel gioco. Mi è dispiaciuto come sono andate le cose l’anno scorso con la retrocessione, perchè comunque sono rimasto tifoso. Ora si sono affidati a Vitucci, che è un grande allenatore“.

Stefano, detto Pino, Sacripanti proprio a Scafati aveva lasciato in sospeso la sua carriera da allenatore, quando dei problemi di salute avevano interrotto la sua stagione in Serie A sulla panchina gialloblu. Lo scorso anno era ripartito da Pesaro, dove aveva fatto già molto bene tra il 2007 e il 2009, e che la città aveva riaccolto a braccia aperte. Purtroppo, i problemi di salute, nuovamente, lo hanno fermato.

Fisicamente adesso sto bene, sono pronto a rientrare e spero ci sia qualche opportunità di buon livello, siamo alla finestra. Sto andando in giro a vedere più partite a settimana di Serie A e Serie A2, per vedere i giocatori e le squadre, e per tenermi aggiornato“. Ora Pino è pronto a tornare in panchina, per fare di nuovo quello che è il suo lavoro da ormai 30 anni, in attesa di una chiamata anche in questa stagione: “Sono già entrato in corso altre volte, come a Scafati che andò molto bene, quindi se c’è la possibilità, ben venga!“.

Insomma, coach Sacripanti ha voglia di tornare a sedersi in panchina, per vivere l’adrenalina del match, intanto, però, come detto da lui, si è tenuto aggiornato sulla Serie A2 e sui temi attuali, quale quello che riguarda i giovani italiani, che tra proposte oltreoceano ed europee, sono un pò sparsi tra USA e Europa, per formarsi e crescere.

Questa sembra una Serie A2 ancora più competitiva degli ultimi anni, c’è molto equilibrio e battaglia per i playoff e la promozione diretta, come se lo spiega?
“Si è ridotto il numero delle squadre già due anni e significa che la qualità dei giocatori italiani, sia quelli di un certo blasone che sono scesi dall’A1, sia quelli che stanno spuntando ultimamente, come alcuni giovani, hanno dato alle squadre una base importante. Negli anni passati c’erano due o tre realtà che volevano tentare la Serie A, adesso invece ci sono una decina di società strutturate che avrebbero piacere ad arrivare fino in fondo. Questo rende il campionato estremamente competitivo e molto bello, anche se molto dispendioso e faticoso.”

Forse anche la differenza tra i budget di A1 e A2 sta diminuendo, perchè le neopromosse in A1 fanno molto bene negli ultimi anni.
“Ci sono delle realtà molto importanti, io abito a Cantù e vedo una società molto strutturata, che era pronta ad affrontare questo tipo di campionato. Vedo Udine ed è uguale. Ci sono piazze importanti con ottime presidenze, che hanno macinato, migliorato e sviluppato la società anno dopo anno per arrivare pronti al loro approdo in A1.”

I giovani stanno trovando spazio in A2, quali sono i più interessanti secondo lei?
“Il playmaker di Pesaro, Trucchetti, sta facendo bene, Cavallaro all’Urania mi piace molto. Ci sono diversi giocatori e giovani interessanti. Faccio più un ragionamento: mi piace pensare che piano piano la Serie A2 possa diventare un campionato di formazione, dove il giovane possa far bene e sbagliare da protagonista. I settori giovanili in ogni caso producono, magari non un numero elevato di giocatori importanti, ma che possono stare ad un buon livello, bisogna trovare il campionato giusto in modo che possano sviluppare il loro talento, in quell’arco di età fondamentale dai 19 ai 22 anni, che è sempre stato il tendine d’Achille della nostra formazione dei giovani.”

In Italia spesso non si dà fiducia ai giovani, e per questo alcuni decidono di andare all’estero, con la concorrenza NCAA che non aiuta, quale consiglio darebbe sulla scelta da fare, ai giovani?
“E’ chiaro che noi possiamo avere dei difetti nella formazione, e che la ricetta perfetta non può esserci, però davanti ad una prospettiva del genere come l’NCAA, per un giovane, poter prendere dei soldi che potrebbe non vedere mai nella sua carriera, con un’esperienza all’estero dove imparare la lingua, vedere una cultura diversa e interagire con dei compagni che vengono da tutto il mondo, penso sia una cosa irripetibile.
Io sono indirettamente protagonista, mio nipote Filippo fa il manager alla Gran Canyon University, e stanno provando diversi giovani italiani per portarli a Phoenix, e credo che quest’anno riusciranno a prenderne un paio. Quando vedo il loro lavoro, sento Filippo parlare e raccontarmi le contrattazioni che stanno facendo, è un qualcosa a cui noi ci dobbiamo inchinare. Ai nostri tempi era impensabile una globalizzazione del genere, con queste università che possono offrire tanti soldi per avere i ragazzi. Noi da italiani dobbiamo capire come prendere uno spunto positivo da questa situazione, che può sembrare negativa, per affrontarla, perchè poi è una cosa che andrà sempre di più ad aumentare, non possiamo opporci. I mezzi economici, le strutture e tutto il resto che loro offrono, noi non possiamo assolutamente competere, questa globalizzazione la si subirà a prescindere. La speranza è che i giovani facciano una bellissima esperienza e poi possano tornare al Paese d’origine con un piglio superiore. Sono sempre stato convinto, nei miei anni all’Under 19, che il pezzo mancante è sempre stato il passaggio dall’Under 19 alla prima squadra, perchè era difficile trovare la propria strada, e non c’era un campionato per far sviluppare la formazione dei giovani. Gli americani ce l’hanno e lo stanno usando in modo esagerato, andando a fare un reclutamento globale.”

In questo inizio di stagione quali squadre l’hanno delusa e quali l’hanno sorpresa?
“Sta facendo benissimo Pesaro, di cui ne sono particolarmente contento, perchè è una realtà che lavora bene e che merita tantissimo. Tutte le altre penso che ci sia questo grandissimo equilibrio e dove ogni domenica non ci sono risultati scontati. Ruvo era partita con una serie negativa, adesso si è ripresa. Credo ci sia un’alternanza di risultati da questo punto di vista.”

Che ne pensa degli esoneri già dopo poche giornate che ci sono stati a Scafati e Bergamo?
“Bisognerebbe conoscere dinamica per dinamica, noi da allenatori, cerchiamo di difendere la nostra posizione, il tempo che bisogna stare su una panchina prima di avere dei risultati. E’ anche vero che, senza nulla togliere a chi c’era prima, si sono seduti due allenatori importantissimi come Frank Vitucci, a Scafati, e Alessandro Ramagli, a Bergamo. Sappiamo che è il nostro mestiere, e inoltre ci fa vedere che la qualità degli allenatori, anche quelli che stavano fermi, è molto alta.”

Sabato sera ci sarà il big match tra Fortitudo Bologna e Brindisi, Fantinelli contro Cinciarini, e due allenatori in panchina, come Caja e Bucchi, di altissimo livello, che partita sarà?
“Sembra una partita di Serie A1 solo a citare i nomi che abbiamo detto. Sarà una bella sfida, risultato completamente aperto, due squadre molto solide. Due allenatori che sanno cosa vuol dire costruire principi difensivi ed avere un gioco d’attacco chiaro, arrivando a segnare, con sistemi collaudati. Sarà un piacere vedere questa partita.”

Entrambe le squadre vogliono tornare in A1, secondo lei chi ha più chance di andarci?
“Mi sembra che Brindisi sia stata costruita con quel piglio. Attilio Caja è uno degli allenatori più bravi di tutto il nostro movimento, che si è plasmato la squadra a suo volere. C’è un equilibrio che poi dipenderà da episodi e da come si arriva alla parte finale della stagione. Non vedo una squadra schiacciasassi che possa andare dritta alla meta.”

Dal punto di vista del gioco, in A2 ha visto qualche novità?
“Più che novità, ho visto squadre che, rispetto all’A1, giocano di più insieme, con più condivisione della palla e scelta di arrivare ad un tiro con la squadra. Passiamo da un’A1 dove si gioca molto nei primi 6/8 secondi, cercando di trovare una soluzione, per una buona parte delle squadre, con una transizione offensiva che cerca di prendere subito vantaggi. Mi sembra che in A2 invece ci sia più controllo del gioco, più sistematicità, per far toccare la palla a tutti quanti, giocando un pò di più in post. Una rigidità nell’esecuzione del gioco, in senso positivo.”

Il tiro da tre è un argomento molto diffuso, c’è chi dice che è un bene per il basket, chi il contrario, lei che ne pensa?
“Molte squadre tirano più da tre che da due, e se tirano con buone percentuali vincono, altrimenti perdonno, e questo svilisce un pò il gioco. Mi piacerebbe vedere tra 5 anni tutte queste analisi che vengono fatte sulle mappe di tiro, sulle percentuali da tre, per capire che soluzioni reali hanno dato. Con il tiro da tre, si creano dei parziali positivi e negativi all’interno della partita molto più facilmente, basta segnare tre triple e si fa un 10-0 in un attimo. Ogni tanto si pensa che questo favorisca anche il bel gioco, io di questo non credo assolutamente. E’ più un discorso statistico, perchè ci sono i dati che lo dicono.”

Quali giocatori le sono piaciuti di più in questo inizio?
“Mi è piaciuto molto Taylor dell’Urania Milano.”

Ha il rimpianto di come è andata l’esperienza a Scafati? Molti dicono che con lei quella squadra avrebbe potuto fare meglio ed evitare la retrocessione l’anno dopo.
“Sono troppi se. A Scafati ho un ricordo bellissimo della salvezza nel 2023, raggiunta con grande dedizione, forza di volontà, e, onestamente mi permetto di dire, anche con una buona pallacanestro giocata. Con l’esplosione di Thompson, che quando sono arrivato, doveva essere tagliato perchè non rendeva, invece per merito mio, ma soprattutto per merito suo, è stato rivitalizzato totalmente. Quella stagione lì non ci ha regalato niente nessuno, fu veramente complicato e gestire le emozioni fu difficile.
Credo di aver fatto molto bene quell’anno, fu un piacere abbracciare Nello Longobardi all’ultima partita con Brescia, perchè era proprio la liberazione dopo una stagione che non riusciva mai a darci la salvezza matematica, che siamo riusciti a conquistare solo nell’ultimo quarto con Brescia. Ho un bellissimo ricordo di questo, come per la costruzione della squadra dell’anno dopo. Andai via dopo 10/11 partite perchè non stavo bene, ma stavamo facendo buoni risultati, era una squadra con grande potenzialità che stava per crescere e che si è salvata tranquillamente anche dopo il mio addio. Mi piace pensare che avrei potuto fare qualcosa in più, ma purtroppo non è andata così. A me è dispiaciuta molto l’annata successiva con la retrocessione di Scafati, perchè ne sono rimasto comunque affezionato, e tifoso, però adesso si è affidata veramente ad un grande allenatore, come Frank Vitucci, e come al solito, Nello Longobardi non ha lasciato niente al caso, per poter ambire alla massima aspirazione.”

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Foto di Ciamillo Castoria