Una provocazione, una domanda difficile da digerire obiettivamente, ma che sorge spontanea dopo le sue due ultime prestazioni, con Brindisi e in Coppa. Willie Cauley-Stein è stato il nome dell’estate, il sogno di una notte mezza estate, diventato incubo di pieno inverno. Varese: ma se in realtà il problema non fosse lui?

Ce lo si prova a chiedere un po’ così, anche alla stregua del fatto che già Brindisi doveva essere la sua ultima partita. Ce lo si chiede perché un giocatore che comunque ha calcato palcoscenici importanti, giocando oltre 400 partite di NBA, sembra assurdo possa rendere così dannatamente poco. Il sogno di una notte di mezza estate, è diventato l’incubo di una Varese, però, spettro di sé stessa. Ieri sera, seppure con tutte le voci che lo vedono lontanissimo dalla Città Giardino, ha giocato una buona partita, nel deserto generale, producendo una valutazione di +27.

E se non fosse lui il problema? Anzi, la domanda potrebbe essere meglio formulata chiedendosi, che cosa realmente sarebbe potuto essere Cauley-Stein con un vero playmaker. Con un Colbey-Ross, ma anche semplicemente con un giocatore veramente di ruolo. Avendo la squadra di coach Bialaszewski dovuto sempre e solo adattare uno tra Hanlan e Moretti, ha sofferto in fase offensiva quasi sempre l’ex Kentucky, che comunque, dalla sua, non ha mai fatto sforzi giganti per sentirsi parte del match. Anzi. È, forse, stato proprio il suo atteggiamento, di completa insofferenza a tratti e di estraniamento dal contesto che era in atto, a portare chiunque a pensare che fosse Cauley-Stein il problema di questa Varese. Succede sempre così con i “campioni”, o comunque con giocatori che approdano da contesti vincenti e rinomati, in situazioni comunque diverse. Basti vedere Mirotic: un vero campione, entrato però nell’occhio del ciclone anche lui nelle ultime settimane per un apporto non sempre “cattivo” o comunque per atteggiamenti di giocatori che non sono abituati, probabilmente, a giocare sporco, duro e soprattutto completamente immersi dentro al match.

Probabilmente con il Colbey Ross della situazione, Cauley-Stein avrebbe anche reso di più, ma stiamo comunque pur sempre parlando di un giocatore che al suo esordio in A, è stato eletto MVP e ha letteralmente trascinato una piazza come Varese a sognare. Un fenomeno, quindi. E non si può definire altrimenti: sono probabilmente questi i giocatori che fanno la differenza e che hanno fatto fare persino la differenza ad un ragazzo come Owens, partito anche lui un po’ insofferente come Cauley-Stein, ma che ora è titolare a Napoli, la quarta/quinta piazza in A.

Questi però sono discorsi che non possono giustificare la mancanza di fame di un giocatore. A livello tecnico Cauley-Stein è nove volte Owens, ma la resa durante la partita non la fanno le statistiche e la storia di un giocatore. E’ stato sicuramente un peccato, enorme, perché un nome del genere a Varese latitava da tempo. Certo, non ci si aspettava un fenomeno da 50 punti a partita, quelli faticano ad arrivare a Milano e Bologna, solamente un giocatore che volesse prendersi uno slancio importante per ributtarsi nel panorama che conta del basket. Invece insofferenza. Chissà cosa sarebbe stato: certo è che, playmaker come Colbey Ross ne nascono uno ogni 100 anni. E, sebbene Cauley-Stein, non sia stato il reale problema di questa Varese magari sulla carta, non si è costruito alcun alibi per provare a dimostrare il contrario.