Certe partite lasciano un segno che va oltre il risultato. La vittoria della Virtus Bologna alla Alcott Arena contro Napoli (90-71) è stata certamente importante per la classifica e per dare continuità al momento bianconero, ma soprattutto ha regalato qualcosa di più prezioso: il primo vero lampo ad alto voltaggio di Francesco Ferrari.
L’ala classe 2005, arrivata a gennaio da Cividale, ha vissuto la sua prima grande serata con la maglia delle V Nere proprio nel momento in cui la squadra ne aveva più bisogno.
In 22 minuti di impiego Ferrari ha messo insieme una prova che difficilmente si dimentica: 19 punti con 3/4 da due, 4/5 da tre, 1/1 ai liberi, 4 rimbalzi e 27 di valutazione. Numeri importanti, certo, ma soprattutto un impatto tecnico ed emotivo che ha cambiato il volto della partita.
La Virtus nel primo tempo faticava a trovare ritmo e continuità offensiva. Napoli era dentro la gara e l’Olidata non riusciva a prendere definitivamente il controllo. È proprio lì che Ferrari è salito in cattedra.
Entrato con grande personalità, ha subito acceso l’attacco bianconero con triple pesanti e giocate di energia. Una prestazione costruita con naturalezza, senza forzature, ma con quella fiducia che spesso distingue i giocatori destinati a crescere davvero. Dusko Ivanovic ha capito immediatamente che era la serata del giovane azzurro e lo ha giustamente cavalcato, lasciandolo in campo a incidere.
Per Ferrari si tratta del primo vero sprazzo importante con un utilizzo consistente, la prima partita in cui ha avuto minuti veri e responsabilità. E la risposta è stata di quelle che fanno intravedere prospettive molto interessanti.
Ma la prestazione del talento del 2005 non è soltanto una bella storia individuale. È anche il simbolo di una direzione chiara che la Virtus Bologna sta portando avanti.

La Virtus e la fiducia nei giovani

La squadra bianconera oggi può contare su un nucleo di giocatori italiani giovani ma già inseriti stabilmente nelle rotazioni.
Ferrari è il volto nuovo di questo percorso, ma accanto a lui ci sono altri profili che raccontano la stessa filosofia. Il 2004 Saliou Niang, atleta di grande prospettiva, il 2001 Momo Diouf, ormai presenza consolidata nel sistema Virtus, il 1999 Alessandro Pajola, che nonostante la giovane età è già un pilastro tecnico e identitario della squadra da tantissimi anni.
E poi ci sono i più giovani tra i giovani: Matteo Accorsi e Matteo Baiocchi, entrambi classe 2007 e soprattutto entrambi bolognesi. Ragazzi cresciuti nel territorio e che stanno cominciando ad assaporare il campo della prima squadra.
Non è un caso isolato, né una scelta estemporanea. È una linea tecnica precisa che si inserisce perfettamente anche nel lavoro del settore giovanile bianconero, recentemente premiato con la vittoria della NextGen Cup LBA, segnale di un vivaio vivo e competitivo.
Ivanovic, allenatore storicamente associato alla durezza e alla disciplina, in realtà ha dimostrato più volte di non avere alcun timore nel dare spazio ai giovani quando vede serietà e qualità nel lavoro quotidiano. Ferrari a Napoli è l’ultima conferma.

Una mentalità che dovrebbe far crescere tutto il movimento

E qui si arriva anche a un punto che merita una riflessione più ampia. Il movimento della pallacanestro italiana avrebbe bisogno proprio di questo: più spazio, più fiducia e più coraggio nel lanciare i ragazzi giovani, soprattutto quelli cresciuti nel proprio vivaio.
La partita di Napoli ha raccontato esattamente questo. Un talento del 2005 che entra e cambia il volto della gara. Due classe 2007 che iniziano ad assaggiare con sempre maggiore continuità il campo della prima squadra. Una squadra di vertice che non ha paura di investire sul futuro.
Un discorso che va oltre la Virtus Bologna e che varrebbe allo stesso modo per qualsiasi società decida di dare fiducia ai propri giovani. Se ci è concesso dirlo, sono scelte che vorremmo vedere sempre più spesso in tutto il movimento, soprattutto in un momento storico in cui serve rinnovamento e in cui tanti talenti italiani rischiano di dover cercare spazio all’estero. L’elogio alle V Nere, in questo caso, non è fine a se stesso, ma nasce da numeri e fatti concreti.
E allora forse, tra qualche anno, guardando indietro alla serata della Alcott Arena, qualcuno ricorderà che uno dei primi grandi segnali era arrivato proprio lì: con Francesco Ferrari che iniziava a prendersi la scena.

Eugenio Petrillo 

Nell’immagine Francesco Ferrari, foto Ciamillo-Castoria