Un giorno, quando si sarà stancato di quella bolgia infernale che è la pallacanestro NBA, Mike Brown andrà ad accomodarsi in poltrona e, attorniato dai nipotini, potrà raccontare di avere allenato i tre grandi fuoriclasse del basket moderno.

Potrà dire di essere stato il secondo allenatore di LeBron James in NBA, e di averne condiviso l’iniziale percorso insieme ai Cleveland Cavaliers, prima che The Chosen One prendesse la via di Miami e Brown stesso quella, più amara, dell’esonero. Potrà narrare di avere accompagnato il principio della parabola discendente di Kobe Bryant, anche se, come direbbe uno dei più recenti personaggi di Paola Cortellesi, in quel caso il coach è durato come un gatto in tangenziale.

Potrà rievocare, infine, quando fu scelto come assistente di Golden State Warriors nel 2016 dopo le Finals 2016 (quelle vinte in rimonta da LeBron, corsi e ricorsi), e di aver così potuto portare un contributo concreto al mantenimento della leggenda di Steph Curry. In molti onestamente sarebbero pronti ad apporre la propria firma su una carriera del genere, ammettiamolo.

Però il campo richiama, la lavagnetta disegnata in prima persona è una sirena irresistibile e la gestione delle riunioni tecniche una sete inestinguibile. Una dipendenza e, come sovente accade, nelle dipendenze qualcuno ci ricasca.

Così, il figlio del militare ci è ricascato e, dopo il titolo vinto nel 2022, ha approfittato di una pratica comune negli sport statunitensi, ovvero l’assunzione degli assistenti campioni in carica, e si è ributtato nella mischia. Lo ha fatto spostandosi un po’ più a nord, ma sempre in California, per la precisione nella capitale di uno stato con cui ha un legame speciale, visto per la prima volta ci arrivò in gioventù per studiare presso l’università di San Diego.

Una mossa coraggiosa. Un po’ perché i Kings erano una squadra derelitta, uno dei tanti rompicapo irrisolti della NBA, un po’ perché l’ultimo a fare lo stesso identico percorso, Bill Walton, aveva lasciato un ricordo che definire “sgradevole” è usare un discreto eufemismo.

Ma Mike Brown è lecito supporre che sapesse quello che stava facendo. Come se niente fudesse, si è rimboccato le maniche e, da buon laureato in business administration, ha provato a fare ordine in quello che, a buon diritto, poteva essere considerato un ginepraio, almeno per quanto riguarda l’ambiente attorno al team.

Perché di per sé la squadra comunque non era male, anche grazie alla trade che lo scorso febbraio ha portato Domantas Sabonis e la prima scelta al Draft 2022, poi tradotta in Keegan Murray da Iowa, presenza ormai fissa del quintetto titolare dei Kings. La free agency ha poi portato a Sacramento le guardie Kevin Huerter (anche lui attualmente uno starter) e Malik Monk, il sesto uomo nelle rotazioni.

Fatto il roster, a quel punto bisognava fare la squadra. Nessun problema: Mike Brown, accusato da sempre di essere un allenatore poco creativo, molto di esecuzione e di fatto rigido, ha invece dimostrato flessibilità, allestendo un sistema che esalta i giocatori, e che non a caso si è stabilito come primo nella lega con 119.5 punti segnati  di media.

I Kings sono diventati una squadra run&gun, che in difesa si apposta sulle linee di passaggio avversarie e, quando recupera palla, vola dall’altra parte spinta da De’Aron Fox. In alternativa ricorrono o ad un pick&roll centrale tra Fox e Sabonis o ad un penetra e scarica, con i tre o a volte anche quattro tiratori sul perimetro.

Facendo riscoprire emozioni che a Sacramento non vivevano da quella benedetta/maledetta finale di Conference del 2002.

 

Luigi Ercolani