Dal 12 maggio 2025 al 17 giugno 2025 ci passa poco più di un mese, ma è sembrata veramente una vita.
La prima data rappresenta l’inizio della svolta, la seconda la chiusura di un cerchio… o per usare le parole del protagonista del nostro approfondimento “un circolo”.
Come avete potuto leggere dal titolo, vogliamo porre l’attenzione su Brandon Taylor.
Ma partiamo dalla fine. Poco dopo le 22 di martedì 17 maggio 2025, sul parquet del PalaLeonessa A2A di Brescia, la Virtus Bologna solleva al cielo il diciassettesimo scudetto della propria storia conando così un percorso nei playoff tanto bello quanto inaspettato.
Gara3 è un assolo bianconero. La squadra di Dusko Ivanovic è in missione e per la Germani non c’è proprio niente da fare. Pronti via, le V Nere mettono le cose in chiaro ed è dominio per 40 minuti. Tanti – forse tutti – sono protagonisti con un Tornike Shengelia in versione “divina” a svettare su tutti.

Ma tra tutti questi spicca anche il piccolo, grande, Brandon Taylor.
Il playmaker bianconero suggella un percorso nei playoff da strabuzzarsi gli occhi, tanto che il rinnovo anche per la prossima stagione sembra ormai questione di dettagli.
E allora ecco che qua c’è da fare un flashback. Torniamo al tardo pomeriggio di quel 12 maggio 2025, quando come un fulmine a ciel sereno La Coruna emette il comunicato di saluto e ringraziamento per Brandon Taylor, spoilerando a tutto il mondo del basket che la sua futura destinazione sarebbe stata Bologna. La Virtus in quei giorni stava monitorando il mercato e con pochissime ore a disposizione per la chiusura prima dei playoff, doveva accelerare i tempi.
Ecco allora che un paio di giorni dopo il ragazzo californiano si presenta a Casa Virtus dove svolge il primo allenamento e arriva l’ufficialità: è un nuovo giocatore della Segafredo.
Il playmaker del 1994 è arrivato alla corte di Ivanovic per allungare le rotazioni e cercare di dare una mano in cabina di regia ad Alessandro Pajola e Daniel Hackett che nel corso della stagione avevano speso tante, forse troppe, energie fisiche e mentali.
Poi in realtà la situazione delle rotazioni allungate è durata il tempo della serie con Venezia e una partita con l’Olimpia Milano perché le assenze di Will Clyburn e di Achille Polonara, hanno obbligato la Virtus a fare di necessità virtù.
Ma probabilmente, sotto sotto, Brandon Taylor non è arrivato a Bologna solo ed esclusivamente per “fare numero”. È arrivato, invece, sotto le Due Torri per essere una parte più che attiva nel processo bianconero.
Come normale che sia, Taylor ha avuto bisogno di qualche partita per capire i meccanismi ed i tatticismi di Dusko Ivanovic. Poi si è preso in mano la squadra (in tutti i sensi) e l’ha condotta assieme ai suoi compagni sul podio delle LBA Finals da dove sono stati sparati quei coriandoli dorati riservati solamente ai vincitori dello scudetto.
Contro la Reyer Venezia nelle prime due gare casalinghe è stato piuttosto falloso. Pochi minuti in campo con falli banali commessi che hanno mandato su tutte le furie Ivanovic. Poi arriva gara4 al Taliercio, quella in cui si iniziano ad intravedere i primi sprazzi di Brandon Taylor.
E la Virtus comincia a cambiare volto e identità. Ora in squadra c’è un vero playmaker che gioca con e per i compagni.
Ma la più grande sliding door è gara3 all’Unipol Forum di Assago contro Milano. La Virtus è spalle al muro con il fattore campo perso in gara2. Non c’è Clyburn e nemmeno Polonara. Dusko Ivanovic è obbligato a mettere mano alle rotazioni e propone Taylor in quintetto con Hackett in posizione di guardia. Mai scelta fu più azzeccata.
Da un lato l’americano ha dato sfoggio di tutte le sue qualità in cabina di regia, dall’altra il veterano azzurro ha potuto concentrarsi sulla difesa (quella su Amedeo Della Valle per esempio in finale) e sulla finalizzazione.

Con Taylor la squadra è cambiata completamente e le avversarie (Milano e Brescia nella fattispecie) non sono riuscite mai ad adattarsi. Basti pensare, e il dato è parecchio esplicativo, che con questo tipo di assetto sono state giocate cinque partite (due al Forum con Milano e le tre delle LBA Finals) e sono arrivate altrettante vittorie.
Di questo accorgimento tattico va dato merito a Dusko Ivanovic che, a dire il vero, ha fortemente voluto Brandon Taylor. Il tecnico montenegrino, che sul campionato spagnolo ha un occhio di riguardo particolare, l’ha individuato come possibile colpo last minuti. Taylor è stato apprezzato sia per le sue doti in campo che per come si è andato ad inserire in uno spogliatoio esperto e rodato all’interno del quale conosceva già per i suoi trascorsi a Reggio Emilia, Momo Diouf.
Si è inserito alla grande, soprattutto nel rapporto con i compagni di squadra e ha dato una carica emotiva importante a tutto il gruppo.
La stessa carica che poi ha saputo trasmettere sul parquet. Come detto, infatti, si è prima contraddistinto per il coinvolgimento dei compagni e successivamente anche sulla finalizzazione come dimostrano i 19 punti segnati in gara3 al PalaLeonessa contro Brescia.
Brandon Taylor è stato un po’ il prolungamento di Dusko Ivanovic in campo. Leader, direttore d’orchestra e veramente uomo squadra. E raramente se ne vedono tra quelli subentrati all’ultimo.
Giocatore di sistema, chiama i giochi ma non disdegna anche la conclusione personale. Nei 5.5 punti di media con 2.8 assist non c’è tutto quello che ha dato Taylor nelle 12 partite disputate. Ha coinvolto i lunghi giocando una quantità inifita di pick and roll da cui ne hanno giovato a turno Momo Diouf, Ante Zizic e l’MVP Tornike Shengelia. Proprio dai giochi con il georgiano sono nate le maggiori fortune nella serie con Milano. Questo perché Shengelia ha potuto accantonare quel gioco prevedibile (a tratti molto efficace) e stantio del post basso, per quello con Taylor decisamente più dinamico e meno “leggibile”.
Ma l’ex Bergamo e Reggio Emilia si è reso pericoloso anche in uno contro uno creando sempre una superiorità numerica che sfociava o in una conclusione personale ad alta percentuale 54% da due e ben 50% da tre) o in aperture per tiri aperti dei propri compagni di squadra.
Ultimo, ma non certo per importanza, il lavoro difensivo. Nonostante i suoi soli (e generosi) 178cm, ha messo in grande difficoltà gli esterni avversari con pressione a tutto campo e soprattutto la sfacciataggine di accettare mismatch. E di questo ne è una dimostrazione le rotazioni difensive che ha tenuto nella serie finale contro Jason Burnell o Joseph Morbio.
Anche lui – come il resto del gruppo – era un uomo in missione e al termine dell’ultima partita l’ha dichiarato alla stampa:
“Quando giocavo in A2 a Bergamo andai a vedere una partita al Forum e promisi a mia moglie che sarei tornato lì a vincere, e l’ho fatto battendo Milano in semifinale, si è chiuso un circolo dimostrando che a lavorare duro i risultati arrivano. Sono contento di aver dato il mio contributo a questa squadra, è qualcosa che mi rende orgoglioso”.
Insomma si potrebbe anche pensare che senza il suo utilizzo da quell’Unipol Forum di Assago, la Virtus Bologna sarebbe potuta uscire sconfitta. Invece ecco Brandon Taylor, l’uomo del destino della Virtus Bologna: un piccolo, ma grandissimo, campione d’Italia!
Eugenio Petrillo
Immagini di Brandon Taylor, foto Ciamillo-Castoria