All’indomani della sconfitta della Nazionale contro l’Islanda, il presidente della FIP Gianni Petrucci interviene – in un’intervista rilasciata a Mario Canfora de La Gazzetta dello Sport – per riportare il dibattito su binari più razionali. Il numero uno del basket italiano difende l’operato federale e invita a non lasciarsi travolgere da facili giudizi, soprattutto quando fondati su confronti che considera fuorvianti.
Petrucci infatti rifiuta l’idea che il basket debba essere costantemente misurato rispetto ad altre discipline: “Ancora penso che sia il secondo sport? Prima c’era il paragone con la pallavolo, ora col tennis. Per principio non accetto paragoni, perché ognuno è uno sport diverso, con specificità diverse. Con la pallavolo in comune abbiamo solo i palazzi dello sport. Poi sono due mondi diversi, con strategie e difficoltà diverse soprattutto per le nazioni che nel basket sono molto più concorrenziali. Mi inchino davanti a loro, ma i paragoni non si possono fare. Una volta Artemio Franchi, storico dirigente sportivo, disse che tante volte è meglio non essere primi in uno sport difficile come il calcio, che essere primi in altre discipline”.
Il presidente difende la qualità del movimento cestistico italiano, ricordando i risultati recenti, soprattutto a livello giovanile e femminile. “Non si può pensare di dire che il basket è tutto in crisi solo perché si è perso con l’Islanda. I successi nell’attività giovanile li avete visti, è stato vinto un oro europeo con l’Under 20, le donne hanno vinto il bronzo sempre europeo con la squadra senior, insomma siamo ai vertici. Vi pare poco?”
Uno dei temi più delicati è quello dello spazio dato ai giovani italiani nei club. Petrucci ribadisce che la Federazione sta facendo la sua parte, ma che non può imporre le scelte tecniche e di mercato delle società: “Non si dica che non investiamo bene. Sui giovani il lavoro che stiamo facendo è enorme, credetemi. Se questi ragazzi non giocano perché i club preferiscono puntare sugli stranieri o comunitari che dir si voglia, che cosa possiamo fare noi? Qual è la forza di una federazione di fronte a imprenditori che giustamente, e dico giustamente, vogliono imporre il loro volere perché sono loro che mettono i soldi?”
Il presidente allarga poi la riflessione al contesto globale della pallacanestro, sempre più competitivo e imprevedibile: “A volte ci vuole anche fortuna. Se un Antetokounmpo fosse sbarcato ad Anzio, in Nazionale probabilmente avremmo ottenuto qualche risultato in più. Io voglio difendere la Nazionale dei giovani che ha messo in campo Banchi giovedì sera, mica posso dare addosso a qualcuno. Poi qualche club non ci ha dato giocatori. Mas, ripeto, noi cosa possiamo farci?”
Nonostante le critiche, Petrucci respinge l’idea di un movimento in declino. Rivendica i progressi degli ultimi anni e invita a contestualizzare la sconfitta contro l’Islanda senza catastrofismi: “Non è vero, siamo migliorati. Non andavamo ai Mondiali da quasi venti anni e ne abbiamo fatti due. Siamo andati all’Olimpiade di Tokyo. Io non mi arrendo mai, però vorrei anche dire, visto che ormai il basket è sempre sotto attacco, ma il calcio lo vedete? Gattuso per chiedere un semplice spostamento di una giornata di campionato si è sentito rispondere un no secco. Comandano gli imprenditori e i presidenti che ci mettono i soldi, punto.”
Il presidente ricorda come realtà considerate minori stiano emergendo grazie a programmazioni di lungo periodo: “Dite che abbiamo perso con l’Islanda e per alcuni è una cosa vergognosa. Ma l’Islanda è una nazione che gioca da sette anni sempre con la stessa squadra e questi sono i risultati. Tra l’altro nel basket gli ultimi trenta secondi sono decisivi, ti può andare bene o male. Il basket è ormai globalizzato, qualche giornalista avrebbe mai ipotizzato che il Sud Sudan sarebbe diventato tra le prime nazioni al mondo?”