Ci siamo quasi, anzi dovremmo esserci del tutto. Salvo stravolgimenti impensabili, il nuovo volto della Openjobmetis Varese è delineato. Il tratto americano è il mantra da cui si è decisi di ripartire dopo la scorsa stagione turbolenta e soprattutto all’insegna dell’incertezza.
Ora la certezza, alla prima di Scola da azionista di maggioranza e da protagonista manovratore (coadiuvato dall’ottimo lavoro di Arcieri), è che la linea sia quella del “made in USA”.
Il progetto è partito con un attimo di ritardo rispetto alle altre società, che si erano mosse molto in anticipo. A Varese si è aspettato il cambio di proprietà e soprattutto la questione più importante: il coach. Non allenatore, lo chiamiamo subito coach, proprio perché si è andati a pescare negli Stati Uniti, appuntando al ruolo Matt Brase. 40 anni, esperienza in NBA non da head coach ma da comprimario e soprattutto la stima da parte di uno che l’NBA l’ha vissuta come Luis.
Da lì in poi, la linea era chiara e tracciata: consegnare al nuovo allenatore una squadra che avesse un mantra di duttilità, sfrontatezza e versatilità. Insomma, per divertirsi e divertire.
Affianco a lui, si è scelto di optare per un nome eccellente: Paolo Galbiati. Uno che conosce la lega, e che sicuramente può essere una spalla importante per Brase, almeno nel primo periodo di ambientamento.
Successivamente, dopo la definizione della guida tecnica, per l’appunto si è dato tutto per la costruzione di un roster funzionale alle esigenze e al budget di Varese. Con l’addio di Keene, doloroso ma necessario, Sorokas e Vene (in via di definizione), il volto è completamente cambiato.
Sono rimasti Reyes, Woldetensae, Caruso, Ferrero e De Nicolao, oltre al giovane Librizzi.
Il primo colpo in ordine cronologico è stato Tariq Owens, un lungo atletico, non troppo fisico e soprattutto molto slanciato. Un 5 moderno, che fa dell’agilità sotto canestro il suo punto di forza.
Il secondo è stato Markel Brown, uomo esplosivo e soprattutto di enorme esperienza (più di 100 partite in NBA tra Brooklyn Nets e Houston Rockets).
Poi si è passati dal ruolo nevralgico, potenzialmente l’uomo più importante del roster dell’anno prossimo e sicuramente l’uomo che avrà il peso di non far rimpiangere i punti dinamitardi di Marcus Keene. Per questo compito è stato scelto Colbey Ross, classe 98’, giovane, pimpante, alla Pepperdine University è entrato nella leggenda per essere stato miglior marcatore e miglior assistman della storia dell’università. Insomma, il potenziale ce l’ha, adesso spetterà a lui metterlo in campo nel migliore dei modi.
L’ultimo, non per importanza, anzi probabilmente è il nome che più ha fatto impazzire i tifosi e sicuramente è quello da cui ci si aspetta di più, è Jaron Johnson. La guardia statunitense ha tutti i numeri e le potenzialità per poter essere veramente il colpo di questo mercato. La sua versatilità in campo, la possibilità di poter essere a disposizione per più ruoli, lo rende un giocatore unico nel suo genere ma soprattutto imprenscindibile per provare diverse soluzioni sul parquet. Arriva da una stagione in Russia, tra Saratov con 14 punti di media a partita e Unica Kazan con la quale chiude la stagione.
Il dettame della squadra sembra essere chiaro, molto più di quello che c’era lo scorso anno, dove tutto ruotava attorno al super colpo Alessandro Gentile. La scelta di un 5+5 formato da americani e italiani può effettivamente rivelarsi vincente e sicuramente spetterà a Brase e Galbiati trovare la soluzione adatta per far coesistere e ottimizzare tutte le risorse che Scola e Arcieri hanno messo loro a disposizione. Ciò che è più sicuro si evince dal modo in cui è stata costruita la squadra: non si vuole più ripetere l’errore di cedere giocatori fondamentali in corso d’opera e soprattutto non ci si è aggrappati solo ed unicamente ad una figura trascinatrice. Si vuole puntare sulla forza del gruppo, della squadra e sulla continuità. Perché dalle parti della Città Giardino la discontinuità ha rischiato negli ultimi anni di costare la retrocessione, l’inferno. Adesso, perlomeno, si vorrebbe tornare a tastare di che pasta è fatto il purgatorio.
Antonio Catalano