Markel Brown è arrivato. Non che nelle precedenti uscite con la maglia della Openjobmetis Varese (squadra dove è approdato quest’estate) il suo apporto sia mancato, ma contro la Virtus Segafredo Bologna il nativo di Alexandria ha fatto vedere a più riprese quello per cui è stato (ri)chiamato da coach Matt Brase in Lombardia.

Il classe della Lousiana si è infatti erto a protagonista della sfida (persa 100-108) contro i campioni d’Italia chiudendo come top scorer di serata con 27 punti (settima miglior prestazione della carriera), 4 assist, 4 recuperi e 4 rimbalzi (dei 7 complessivi) catturati in attacco, un numero questo che gli ha permesso di eguagliare il proprio massimo in carriera fatto precedentemente registrare nel gennaio 2018 con la maglia dei Rio Grande Vipers guidati in panchina proprio da Brase.

Costui dunque sapeva che era solo questione di tempo prima che, anche in Italia, Brown esibisse in maniera strabordante quelle doti di realizzatore sopraffino ed esterno versatile che, in precedenza, gli hanno consentito di calcare i palcoscenici di NBA ed Eurolega e, prima ancora, di emergere a livello collegiale dopo un’infanzia affastellata di accadimenti tragici.

Cresciuto con un padre che ha continuato ad entrare e uscire di prigione, a tre anni Brown è passato assieme alle sorelle sotto l’ala protettiva di nonna Jerrie Mae Eggins, pronta ad accogliere i nipoti dopo che, per colpa di un aneurisma cerebrale, mamma Antoinette perde la capacità di camminare e badare a sé stessa. Evitando i pericoli, la droga e la violenza serpeggianti fra i coetanei, Brown trova presto un’ancora di salvezza nel basket seguendo l’esempio e gli incoraggiamenti dei figli di Jerri Mae, De’Andre and David, che portandoselo appresso riescono nella duplice missione di tenerlo lontano dai guai e farlo crescere come cestista a suon di partite e allenamenti sui campetti della zona.

Ad aiutarlo nel suo sviluppo come giocatore interviene poi coach Charles Smith che a Central Louisiana’s, Peabody Magnet intuisce il potenziale e la naturale propensione alla pallacanestro del ragazzo per il quale, col passare dei mesi in maglia Warhorses, diventa non solo una fondamentale guida tecnica in grado di fargli assaggiare le prime vittorie di peso (due i titoli statali conquistati, nel 2007 e nel 2010) ma anche una sorta di secondo padre.

È anche grazie al suo sostegno che Brown, in poco tempo tra il 2006 e il 2007, riesce a superare due momenti molto complicati come la morte di mamma Antoinette e la perdita di suo zio David, rimasto intrappolato tra le fiamme nel tentativo di salvare due signore anziane dall’incendio della loro casa. In quei frangenti coach Smith gli sta al fianco, lo consola e lo supporta non abbandonandolo mai e così farà anche dopo, negli entusiasmanti quattro anni di college a Oklahoma State (dove Brown finisce per scrivere il proprio nome in molti ranking all-time dell’ateneo dopo esservi entrato proprio grazie all’intercessione di Smith, lesto ad invitare prima il suo amico nonché assistant coach Butch Pierre e poi coach Travis Ford a visionarlo) e nelle ansiogene fasi antecedenti il Draft NBA.

Qui Brown viene scelto alla numero 44 dai Minnesota Timberwolves e subito girato ai Brooklyn Nets, una franchigia in cui, tra il 2014/15 e il 2015/16, si ritaglia un ruolo di discreta importanza partendo in quintetto in 35 delle 109 gare a cui prende parte viaggiando a 4.6 punti e 2.3 rimbalzi nella sua stagione da rookie e a 5.9 punti, 2 rimbalzi e 1.9 assist in quella successiva. Pur dimostrando di poter essere utile alla causa come giocatore di rotazione, Brown non viene incluso nei piani di rebuilding dei Nets e così, nel 2016/17, sbarca per la prima volta in Europa sposando la causa del Khimki Mosca.

La massima lega a stella e strisce però continua a essere nei suoi pensieri e nel 2017/18 tenta di riconquistarla passando dalla G-League, torneo dove milita prima con gli Oklahoma City Blue e poi coi Rio Grande Valley Vipers di coach Brase. Facendo la spola con quest’ultimi, nell’inverno del 2018, Brown riassapora per 9 partite totali l’atmosfera della NBA ma i minuti e lo spazio di cui gode sono troppo pochi per riuscire a brillare e mettere assieme sufficienti argomenti a proprio favore per provare a strappare una conferma ad alto livello l’anno successivo.

Per il prodotto dei Cowboys arriva così il momento di rifare le valigie e far nuovamente rotta verso l’Europa, salutando quegli States che, off-season a parte, riabbraccerà solo nel 2019/20 per disputare 28 gare di G-League con la canotta degli Oklahoma City Blue. Nel Vecchio Continente invece Brown fa conoscenza con l’Eurolega nel 2018/19 difendendo i colori del Darussafaka e assomma partecipazioni, una dopo l’altra, nelle prime leghe turche, israeliane (Hapoel Eilat) e belghe (Antwerp Giants) approdando infine quest’anno in Italia, a Varese, in una squadra ricolma di giovani talenti e personalità “affamate” da instradare.

Al suo interno, aiutato dalla conoscenza dell’allenatore e da un sistema di gioco a lui affine, Markel non ha impiegato molto per trovare la propria collocazione e diventare un uomo in grado di portare un contributo consistente in tanti modi diversi. Lo dimostrano i 14.3 punti (sedicesimo dato del campionato), i 5.2 rimbalzi, il 36% da tre punti e i quasi due recuperi di media a gara che, dopo nove giornate, ne fanno il leader di categoria in Serie A, una manifestazione dove è “esploso” domenica arrivando a un passo dal segnare trenta punti alla Virtus Bologna, vicecampione d’Italia e unica squadra ancora imbattuta nel massimo torneo nostrano.

Conoscendolo e vedendo i numeri tutt’altro che irrilevanti messi assieme nelle prime otto giornate, si può dire che forse non era il caso di stupirsi, che forse era solo questione di tempo oppure che forse, in realtà, c’era bisogno di una prestazione per far davvero girar la testa a tutti e mettere al corrente l’intero pubblico italiano della sua (significativa) presenza: sta di fatto che Markel Brown è arrivato e tutti ora sono avvisati.

Fonte: legabasket.it