Intervista post-partita. Giorgia Sottana sta per rispondere alla domanda del giornalista, quando i suoi occhi scattano di lato, le labbra si schiudono a metà tra lo stupore e l’allegria. L’inquadratura salta di colpo, tre secondi di nero, prima di rifugiarsi in una panoramica del palazzetto di Schio in festa per lo scudetto. In sottofondo voci imbarazzate ripetono insistentemente una sola domanda alla regia. “Ma si sente? Ci sentono ancora?”
Era da un pezzo che non vedevo un collegamento della RAI interrotto da un gavettone.
Segue primo piano di Costanza Verona con in mano una bottiglietta d’acqua, intorno qualcuna si defila dalla scena del misfatto, altre ridono.
Hanno appena vinto lo scudetto, ma sembra l’oratorio, con tanto sole tanti anni fa.
Attenzione, perché il successo del movimento femminile è almeno per metà in questo: osare l’ingenuità. Vale per Schio che festeggia, vale per Venezia con Francesca Pan che ritira il trofeo per i secondi classificati con una faccia appesa che non concede nemmeno uno spiraglio alla diplomazia cerimoniale. Non si nasconde, Francesca, figurarsi. Voleva vincere, ha perso: è incazzata.
Eppure, il suo broncio riesce a dire una cosa fondamentale, meglio di qualsiasi campagna di sensibilizzazione. Una lezione, un carattere, un manifesto: “Non ti vergognare mai di come stai”.

Famila Wuber Schio D-Reyer Venezia D, Finale gara 3, Campionato Lega Basket Femminile A1, Schio (VI) 26 aprile 2026, FOTO: Bebo Bertani/Ciamillo-Castoria
Poi c’è l’altra metà, quella che viene dal campo.
Una finale da gustare minuto per minuto, possesso per possesso, con un arbitraggio che ha saputo lasciar giocare a ritmi altissimi, anche a costo di non sanzionare qualche contatto. D’altronde era Venezia contro Schio, Schio contro Venezia: come dire cowboy e indiani, Montecchi e Capuleti, Carta e Forbice, Sparta e Atene, Beatles e Rolling Stones, Goggia e Brignone. Schierarsi è un istinto che segue strade diverse, per qualcuno può essere un gesto tecnico, un tiro, uno schema, una particolare energia. Chi ci capisce ha avuto l’imbarazzo della scelta. Io mi sono ritrovato a tifare per Venezia fin dal primo parziale (-10), perché preferisco stare sempre dalla parte di chi rimonta, o almeno ci prova. A metà del secondo quarto la Reyer sembra finalmente a un passo dall’aggancio. Tripla di Dojkic, time-out per Schio. L’inquadratura è su Jessica Shepard che torna verso la sua panchina con le spalle a gruccia sotto la canotta arancione, il passo sbilenco e lo sguardo torvo. L’inerzia è cambiata, si mette male per le padrone di casa. Poi Jessica alza lo sguardo e nell’inquadratura appare Jasmine Keys che – non so come– le sorride neanche fossero in coda dal gelataio e non nel momento più critico della partita più importante della stagione. E forse lo scudetto lo vincono in quel momento, senza neanche accorgersene. Lo vincono perché hanno meno paura di perderlo. Oppure perché il destino aveva un debito con Giorgia Sottana. Un tributo a una carriera che ha aperto la strada a tante altre, un trionfo da festeggiare sotto la sua curva, con la figlia in braccio e la compagna per mano. Una storia che parla di merito, di intelligenza, di impegno, ma anche di un carattere spigoloso, perfezionista e selvatico che finalmente può sciogliersi sotto un gavettone d’acqua minerale.
D’altronde, a Schio anche le lacrime hanno le bollicine.