di Maurizio Roveri

Questione di ritmo, di identità. E di esperienza in Euroleague. Sono gli aspetti che possono spiegare il terribile tracollo della Virtus Segafredo ieri sera nel mitico tempio dell’Olympiacos. Al Pireo. Una sconfitta brutale. Clamorosa nella sua dimensione. Va interpretata, per cercare di capire come sia potuto accadere un rovescio di questo genere. Andare a sbattere il grugno nell’urto con l’attuale Olympiakos ci sta. Rientra nella logica. La squadra allenata da coach Georgios Bartzokas è quella che sta esprimendo la pallacanestro di migliore qualità.
Ma un conto è una sconfitta, anche dolorosa ma combattendo. Salvando l’orgoglio. Un altro conto è l’inaccettabile -46 subìto da una V nera pallida e passiva. Costantemente passiva. Senza fuoco. Senza mai entrare in partita. Dall’11-0 per l’Olympiacos dopo poco più di due minuti al 61-35 di fine primo tempo, fino al 117-71 che è il punteggio con il quale s’è conclusa una gara a senso unico. Che ha infiammato il pubblico del “Peace and Friendship Stadium”, coinvolto emotivamente dai record societari stabiliti ieri sera dall’Olympiacos nella sua storia in Euroleague: 117 punti realizzati (che è anche record dei primi 12 turni dell’Euroleague 2022-23, superato il 116 che il Baskonia aveva firmato contro il Maccabi il 3 novembre), 152 di PIR e 32 assist !
Lo sconcertante -46 lo commento dopo. Sicuramente è ingiustificabile. Prima, però, cerco di indicare le differenze che esistono fra l’Olympiacos lanciatissimo di questi mesi (terzo posto in classifica dietro Fenerbahce e A.S. Monaco, nonché secondo miglior attacco della competizione) e la Virtus Segafredo.

Punto primo: il ritmo. C’è un mondo di differenza. Il gruppo del Pireo sul piano del ritmo è di un altro pianeta. Propone una circolazione di palla rapida, precisa, brillante, a tratti vertiginosa. Certamente spettacolare. Ciò che impressiona è la dinamicità dei passaggi. Il tempismo. La palla non è mai ferma. Una manovra avvolgente, ubriacante, veloce senza essere frenetica, poiché nasce dall’organizzazione, dalla fluidità, dalla precisione. L’Olympiacos, arrivando sempre un attimo prima, ha disorientato la Virtus. Portandola sistematicamente fuori equilibrio dal punto di vista difensivo. Gli adattamenti tentati dai bianconeri sono stati inefficaci, poiché ogni cosa che l’Olympiacos ha prodotto (sia in attacco sia in difesa) aveva un ritmo superiore. Un ritmo che la Segafredo non è stata in grado di arginare, poiché quel ritmo non ce l’ha o non l’ha ancora (ci vuole tempo e ci vuole il necessario potenziale per arrivare ad esprimersi come sta facendo un Club d’alto livello di Euroleague qual è l’Olympiacos). E’ vero che la Virtus ha fatto l’impresa a Madrid sorprendendo il Real il 27 ottobre. Ma quel Real era abbastanza svagato, di sicuro non intenso come l’Olympiacos di ieri sera. Inoltre la Segafredo, esaltata dall’entusiasmo e dal coraggio del miglior Bako stagionale, era preparatissima e concentratissima.

Seconda riflessione. L’identità tecnica. La bellezza della squadra di coach Bartzokas è produrre una notevole performance, con tanti giocatori a dare un prezioso contributo, senza nessun singolo a recitare il ruolo di protagonista. Questo significa giocare bene insieme. Il piacere di cercarsi, di passarsi la palla, di spingersi con armonia a canestro. E di aiutarsi in difesa. 117 punti, un PIR da 159, 33 assist, 32 rimbalzi, 24 falli fatti commettere alla V nera. E un totale +239 di plus/minus.  Si può obiettare: la Virtus è stata inconsistente. Vero. Tuttavia, per produrre tutte le cose che l’Olympiacos ha messo in scena ci vuole qualità. Ci vuole intensità. Ci vuole identità tecnica. Qui c’è un sistema di gioco collaudato. Anzi, supercollaudato. Georgios Bartzokas è il bravissimo tecnico che lavora da tre anni su questo gruppo. E si vede! Dai movimenti, dalla mentalità. Dall’esecuzione rapida, precisa, sicura ed efficace degli schemi. Niente s’improvvisa. Dietro al livello di gioco raggiunto da questo team c’è un intenso lavoro portato avanti con costanza. In maniera rigorosa e intransigente. Vi sono concetti e movimenti e strategie che Sasha Vezenkov e Kostas Sloukas, Thomas Walkup e Moustapha Fall, Giannoulis Larentzakis e Kostas Papanikolaou conoscono a memoria. Perfettamente. E anche i “nuovi” di questa stagione, come ad esempio Isaiah Canaan (un tiratore che risveglia nei virtussini amari ricordi delle sfide di Eurocup con il Kazan nella serie di semifinale del 2021), si stanno integrando bene in questi meccanismi. Considerata la vulnerabilità della Virtus, Georgios Bartzokas è stato ben contento di risparmiare minutaggi ai migliori e così poter dare spazio e scena ai cambi (che poi sono tutti buoni giocatori). L’allenatore greco ha dunque utilizzato tutti i dodici giocatori: dai 24 minuti di Alec Peters ai 21’41” di Isaiah Canaan, i 20 minuti di Larentzakis (uno specialista difensivo) e Papanikolaou fino ai 10’48” di Tarik Black e i 6’14” di Michalis Lountzis. Tutti sono andati a canestro: dai 19 di Sasha Vezenkov (in appena 15’51” in campo) e i 15 di Fall e Peters ai 3 di Papanikolaou.
Tutti i giocatori dell’Olympiacos sono andati a rimbalzo. Tutti hanno confezionato almeno 1 assist (e in questa voce statistica Thomas Walkup e Kostas Sloukas, i registi, gli uomini che mettono in ritmo i compagni, ne hanno prodotti – insieme – una quindicina.
Ecco che cosa vuol dire organizzazione. E l’abitudine. L’abitudine di giocare in Euroleague ad alto livello. Questo è il Club che nella stagione scorsa è arrivato fino alle Final Four della principale competizione europea. E presumo che, pur non avendo più giocatori del valore di Georgios Printezis e Tyler Dorsey, l’Olympiacos saprà anche in questa stagione 2022-23 raggiungere la fase  più eccitante. Quella decisiva. Ne ha la maturità e l’espressione tecnica.

Terza riflessione. L’Olympiacos partecipa all’Euroleague da quando… si chiama Euroleague. Dal 2000-2001. Ventitré partecipazioni consecutive. E prima di allora, otto partecipazioni di fila alla Coppa dei Campioni. Coach Bartzokas, dopo aver lavorato al Lokomotiv Kuban, al Barcellona e al Chimki, è rientrato nella stagione 2019-20 alla guida dell’Olympiacos. C’era già stato, dal 2012 al 2014. Portando nel 2013 il Club del Pireo sul tetto d’Europa. Diventando, contemporaneamente, il primo capoallenatore greco a vincere l’Euroleague.
La Virtus Bologna è tornata quest’anno sulla scena dell’Europa più importante. Nella manifestazione più competitiva. Vi mancava da diversi anni. Sta partecipando all’Euroleague con un apprezzabile roster, nel quale – però – vi sono 10 giocatori che sono debuttanti nella massima competizione europea. Significa qualcosa. Anzi, significa tanto. Vuol dire dover passare inevitabilmente attraverso sconfitte per capire la pallacanestro che si fa in Eurolega. E adattarvisi. L’esperienza, la maturità si acquisiscono per gradi, nel tempo.
Ha il sapore della beffa per la V nera di Bologna il tornare in Euroleague proprio nella stagione in cui il livello di competitività è salito ancora. Questa edizione è davvero dura e aspra. La più difficile.

Figuraccia. Assodato che la Virtus Segafredo attuale non è all’altezza dell’Olympiacos, una sconfitta dentro il tempio dei canestri al Pireo era da mettere in conto. Ci sta. Non in questa maniera, tuttavia. Non crollando così. Non con una caduta brutale come questa. Non concedendo 117 punti e subendone 46 di passivo. Non è da Virtus.
Comprendo vi sia stato anche un effetto psicologico a condizionare il gruppo bianconero, dopo gli infortuni di Ojeleye e di Pajola.
Sei inferiore, okay. Sei destinato ad una partita complicata, difficoltosa, di sofferenza. Dove non ci sarà niente di semplice. Lo si sapeva fin dall’inizio. Loro sono più veloci, hanno un ritmo due volte superiore. Tutto vero. Però, non si può rinunciare. Non si può non combattere. Non si può essere pigri e remissivi. Non si può chiudere una partita di Euroleague con un -250 di plus/minus !
C’è qualcuno da salvare fra i virtussini di questa “tragedia greca”? No, nessuno. Forse Ojeleye, poiché è rimasto in campo soltanto per 4’24”. Poi il polpaccio lo ha tradito. E questo è il problema del giorno, cioè di oggi.

Era accaduto ventisette anni fa. Un’altra notte da incubo. Un’altra tempestosa sconfitta ad Atene. Di proporzioni praticamente simili. Un doloroso KO con 43 punti di scarto. 99-56 contro il Panathinaikos, nella Oaka Olympic Indoor Hall. Il 16 marzo 2005. Era il “Pana” di Paspalj, Vrankpvic, Giannakis, Alvertis. La massima competizione europea apparteneva ancora alla FIBA. Si chiamava FIBA European Championship. Quella Virtus Buckler era la squadra di Danilovic, Brunamonti, Coldebella, Abbio. Morandotti, Binelli, Carera, Binion. La allenava Alberto Bucci. Il Panathinaikos la travolse. Bucci e i suoi uomini poi reagirono. Energicamente. Gettando le loro migliori risorse sulle strade del campionato. E vincendo lo scudetto.